La scena la vedete qui sotto: una piazza che si riempie per una manifestazione dell’opposizione che invoca pace (in Kurdistan) e una bomba che esplode. Poco dopo ne esploderà un’altra che, come hanno raccontato i testimoni, ha fatto tremare alcuni grattacieli circostanti. Le vittime di questo orribile attentato sono almeno 97, 400 i feriti secondo la Associazione dei medici turchi.

Qualche mese fa era stata la volta di Suruc, dove i volontari che portavano auti a Kobane erano stati oggetto di un attacco simile. E nel giugno scorso, durante la campagna elettorale precedente, era proprio un comizio dell’Hdp a essere stato preso di mira.

A poche settimane dalle elezioni politiche di novembre la Turchia è di nuovo teatro di violenza politica. L’Hdp, il partito di sinistra e filo kurdo (ma non solo) ha condannato l’attentato sostenendo che dietro c’è la mano dello Stato. Testimoni hanno raccontato che dopo le esplosioni la politzia ha sparato lacrimogeni e impedito alle ambulanze di passare. Nel tweet qui sotto la dichiarazione di Demirtas: un attentato dello Stato contro il popolo.


In queste settimane, con la ripresa delle ostilità tra PKK e Ankara, i poliziotti e soldati turchi uccisi, la tensione nella comunità curda era molto salita e ci si aspettava qualcosa di simile. Che si tratti di un’azione da parte di gruppi ultranazionalisti di destra o di quello Stato parallelo molto legato al passato kemalista – non proprio amico dell’AKP di Erdogan – poco conta. Nel frattempo il PKK ha dichiarato un nuovo cessate-il-fuoco unilaterale. Segno di responsabilità e tentativo di favorire uno svolgimento dignitoso della campagna elettorale nel Kurdistan, dove il tentativo sarà quelli di scoraggaire in ogni modo la gente dall’andare a votare (Hdp).

Il presidente ha provato a mettere tutto in un calderone: sul sito della presidenza un comunicato condanna ogni forma di terrorismo, quello di Ankara così come quello del PKK.
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La Turchia che va al voto è davvero un paese in enorme difficoltà: oltre alla tensione con i curdi, c’è la crisi siriana ai confini, 2 milioni di profughi, l’ISIS alle porte e l’economia che rallenta dopo anni.

Nel video qui sotto il caos dopo l’esplosione.

 

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