Il processo di pace in Libia può finalmente ripartire. La notizia è nota: dopo mesi di difficili negoziati le delegazioni riunite in Marocco hanno raggiunto un accordo sul nuovo governo di unità nazionale e sulla lista dei nomi dei candidati alla guida del Paese. L’annuncio è arrivato dal rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon. «Esprimiamo la nostra gioia perché c’è almeno una chance. Troppi libici hanno perso la vita, troppi bambini e troppe madri hanno sofferto. Secondo le agenzie Onu, circa 2,4 milioni sono in una grave situazione umanitaria. A tutti loro vanno le nostre scuse per non essere stati capaci di proporre prima questo governo», ha dichiarato Leon.

Il quadro della situazione

L’accordo dovrà passare adesso al vaglio dei due governi rivali che si contendono il potere nel Paese nordafricano: quello di Tobruk, affiliato alle milizie laiche del generale Haftar, primo Parlamento legittimamente eletto dalla caduta del dittatore Gheddafi e unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale e quello di Tripoli, autoproclamatosi legittimo la scorsa estate, di stampo islamista e affine alle posizioni della Fratellanza musulmana in Egitto. Il nuovo governo libico dovrà, in ogni caso, affrontare molte sfide, trovandosi a operare in un contesto nel quale non esiste il monopolio dell’uso della forza e nel quale centinaia di milizie e tribù locali controllano ancora buona parte del territorio, mentre gruppi jihadisti, tra cui lo stesso Isis, continuano a minacciare la stabilità del paese.

libia(La situazione in Libia, in celeste le aree controllate dal governo riconosciuto, in verde quelle controllate dal generale Haftar, a sud le milizie e le tribù, in nero le zone di attività di gruppi collegati all’IS – Bbc)

 

I nomi proposti

Fayez Serray, ex ministro della Casa in uno dei governi del dopo-Gheddafi, è stato proposto dalle Nazioni Unite come primo ministro. Assieme a Serray, l’Onu ha individuato i 3 vice-primi ministri che insieme al premier faranno parte del Consiglio di Presidenza, ovvero l’organismo di guida collettiva del governo: saranno Ahmed Maetiq, di Misurata, città situata ad ovest e membro del governo di Tripoli, Moussa Kony, proveniente dalla regione del Fezzan, nel sud e Fatj Majbari, espressione della Cirenaica, regione ad est della Libia. «Serray è un signor nessuno. Non è una figura di rilievo nel panorama politico libico ed è stato scelto per questo: per non dar noia a nessuna delle due parti in gioco. É originario di Tripoli ma è, nello stesso tempo, un membro del Parlamento di Tobruk. I 3 vice-premier sono invece stati scelti appositamente per garantire una completa rappresentanza delle varie regioni del Paese, provenendo rispettivamente dall’ovest, dal sud e dall’est del Paese», ci spiega Mattia Toaldo, analista presso lo European Council on Foreign Relations esperto di Libia. «Chi non ha assolutamente interesse a che l’accordo venga siglato è invece il generale Haftar. Il suo ruolo è sempre stato quello di osteggiare le delegazioni impegnate nel portare a termine la missione. Dato che il nuovo accordo prevede l’azzeramento delle cariche militari, di cui lui è diretta espressione (essendo stato nominato capo del ricostituendo esercito libico nel marzo 2015 na), per lui l’intesa raggiunta in Marocco dalle delegazioni sotto l’egida dell’Onu è altamente controproducente». Il nuovo governo potrebbe, quindi, trovarsi a contrastare diversi oppositori: da una parte le milizie più radicali e l’Isis, dall’altra Haftar che potrebbe rifiutarsi di cedere il controllo di parte delle forze armate.

I primi obiettivi del nuovo parlamento

«Il grande punto interrogativo adesso è rappresentato dalla ratifica dell’accordo, che i governi di Tobruk e Tripoli dovranno siglare o meno nei prossimi giorni. L’accordo prevede la nascita di una costituzione, che deve essere votata dai 2/3 del nuovo parlamento. In questo momento la maggioranza parlamentare non c’è. Se per miracolo l’accordo dovesse venire ratificato, il nuovo parlamento dovrà immediatamente confrontarsi con due grandi sfide: quella di mettere in sicurezza il paese, in particolare la città di Tripoli, dilaniata dagli scontri e quella di far ripartire l’economia del paese. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza», dice Toaldo. E continua: «la Libia era un Paese molto ricco. La maggior parte delle risorse economiche sono state utilizzate per foraggiare la guerra civile. Il paese è stato prosciugato e persino la sua risorsa più forte, il petrolio, non viene più prodotta ed esportata. Se i soldi finissero si andrebbe verso una crisi finanziaria che piegherebbe in due il paese. La Banca Centrale, organismo rimasto neutrale rispetto alle parti in conflitto, sta infatti pagando dall’inizio del conflitto gli stipendi di tutti i lavoratori attingendo alle proprie riserve. Se questo, da una parte ha permesso alla guerra civile di essere frenata e non dilagarsi, come invece è successo in Siria, dall’altra potrebbe portare, nel caso vengano utilizzati gli ultimi depositi di denaro, ad un collasso dell’intera economia e quindi ad una recrudescenza del conflitto. Già adesso il popolo è stremato dalla mancanza di elettricità, di acqua e dalla mancanza di medicinali, che non vengono più forniti. Più di metà della popolazione soffre la fame, le malattie, la mancanza di beni di sussistenza primaria».

la-oe-wehrey-libya-haftar-20140530(Un sostenitore del generale Heftar)

La possibilità di un intervento internazionale in Libia e il futuro ruolo dell’Italia

Il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, ha espresso soddisfazione per l’intesa raggiunta dalle delegazioni delle formazioni libiche sulla nascita di un governo di unità nazionale sotto egida Onu e ha detto che: «l’Ue è pronta ad offrire un immediato e concreto sostegno politico e finanziario, pari a 100 milioni di euro, al nuovo governo». Per l’Unione Europea e, in particolare per l’Italia, la Libia è di fondamentale importanza: « L’Italia oltre ad avere un ruolo militare importante, ha un forte ruolo economico e se il nuovo governo darà il suo assenso ad un eventuale missione internazionale, l’Italia dovrebbe essere pronta ad assumersi un ruolo di guida», spiega Mattia Toaldo. «Ovviamente la missione internazionale potrebbe partire solo dopo che tutto il paese, ma in particolare la zona di Tripoli sarà pacificata. Entrare in Libia senza che questi due presupposti siano raggiunti sarebbe pericoloso» aggiunge. La missione internazionale dovrebbe risolvere molti problemi che affliggono il paese e minacciano da vicino anche il blocco europeo: la presenza dell’Isis a poche miglia dal confine sud del continente, il costante flusso di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo e il fiorire di traffici illeciti. Ma senza la ratifica dell’intesa tra Tripoli e Tobruk l’Italia, e come lei gli altri Stati europei e la stessa Onu, non è disponibile a invischiarsi nello scenario libico.

Gli eventi che hanno portato la Libia al collasso
Dalla rivoluzione del febbraio 2011, nata sull’onda delle cosiddette primavere arabe con l’intento di far crollare il regime ultraquarantennale del colonnello Muʿammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di stato, la Libia è piombata nel caos più totale. Un anno dopo la morte di Gheddafi, la caduta del regime e l’intervento della coalizione internazionale si sono svolte nel luglio 2012 le prime elezioni libere che hanno conferito al Paese una prima vera svolta democratica. Ma gli scontri accesi e le violenze tra le varie milizie e gli ex ribelli che non hanno abbandonato le armi, hanno ulteriormente aggravato la situazione. Ma è nell’estate del 2014 che è avvenuto il tracollo delle istituzioni, quando è esplosa la guerra tra le milizie di Zintan e di Misurata per il controllo di Tripoli. Il nuovo Parlamento eletto, insieme al governo del premier Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato costretto a rifugiarsi a est e a insediarsi nella città di Tobruk, in Cirenaica. Nello stesso periodo la capitale è caduta sotto il controllo delle milizie filo-islamiche di Fajr Libya, che hanno imposto un vero e proprio governo opposto a quello di Tobruk e legato ai Fratelli musulmani. Il risultato è un Paese spaccato in due con in mezzo, nell’area di Sirte, la presenza minacciosa dei jihadisti dell’Isis, che hanno imposto una sorta di emirato basato su una rigida interpretazione della sharia.

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