L’andamento del Pil non basta a misurare la qualità della vita. A essersene rese conto sono ormai le istituzioni internazionali lavorano per misurare il benessere in vari modi.

L’ultima prova è quella dell’Ocse, che diffonde in questi giorni How’s Life 2015 (Come stiamo?) che sulla base del proprio Better Life Index, misura lo stato delle società dei Paesi aderenti. Istruzione, accesso alla sanità, partecipazione politica e sociale, ambiente e così via sono i fattori presi in considerazione. Il focus di quest’anno è sull’infanzia e naturalmente il quadro che ne esce non è dei migliori: la povertà delle famiglie impatta direttamente sul benessere attuale e futuro dei bambini e dei ragazzi. Come si legge nella presentazione:

Tra i Paesi dell’Ocse, un bambino su sette vive in condizioni di povertà, quasi il 10% dei bambini vive in una famiglia senza lavoro e uno su 10 dichiara di essere vittima di bullismo a scuola. Si riscontrano palesi diseguaglianze nel benessere infantile associate con le origini socio-economiche della famiglia: i bambini di famiglie più agiate hanno una salute migliore, migliori competenze, un livello d’impegno civico più alto e migliori relazioni con i genitori e i coetanei. Gli studenti di origini familiari più avvantaggiate hanno anche meno probabilità di essere vittime di bullismo e maggiori probabilità di sentirsi integrati nell’ambiente scolastico.


(La classifica del Life Index dell’Ocse, sul sito si può elaborare un proprio indice giocando con i diversi indicatori e riformulare la classifica)

Le diseguaglianze non sono solo tra un Paese e l’altro ma anche all’interno delle società avanzate e, con la crisi, queste sono aumentate. E se gli indicatori ci dicono che le cose stanno lentamente migliorando, i divari restano enormi. Se rispetto al 2009 le cose migliorano in vari ambiti, in campi come la disoccupazione di lungo termine, gli orari di lavoro lunghi e la partecipazione degli elettori, le cose rimangono ferme o statiche. I Paesi maggiormente colpiti dalla perdita di reddito delle famiglie dal 2009 (come Grecia, Portogallo, Italia e Spagna) continuano a subirne le conseguenze in altri modi, da alti livelli di disoccupazione e guadagni diminuiti, ad alloggi meno convenienti. Ci sono poi le disparità interne alle società:

(…) Il 60% inferiore della scala dei redditi possiede almeno il 20% della ricchezza totale netta nella Repubblica Slovacca, in Grecia e in Spagna, ma meno dell’8% in Germania, Paesi Bassi, Austria e Stati Uniti. (…) In Italia, Belgio, Ungheria, Australia, Lussemburgo e Regno Unito il tasso di disoccupazione di lungo termine tra i lavoratori più giovani (15-24 anni) supera di almeno due volte il tasso dei lavoratori della fascia intermedia di età. I Paesi del Nord-Europa registrano bassi livelli di diseguaglianza di reddito e allo stesso tempo tendono ad annoverare disparità ben inferiori nelle differenze dei risultati sulla qualità della vita – specie nelle differenze legate al genere e all’età.

E l’Italia?
Un quadro misto, scrivono i ricercatori Ocse. Dove gli aspetti positivi sono figli di un benessere ereditato e del contesto geografico (l’aspettativa di vita tra le più lunghe) mentre l’oggi non sorride (ma questo un’istituzione come l’Ocse non lo può dire). Il reddito familiare medio è vicino alla media Ocse, ma tra il 2009 e il 2013 è sceso di quasi il 14%, mentre negli altri Paesi si osservava una crescita media dell’1,9%. Il tasso di occupazione al 56,5% è uno dei più bassi dell’Ocse, il tasso di disoccupazione a lungo termine è 3 volte quello medio negli altri Paesi. Negli anni è aumentato il livello di istruzione, ma solo il 58,1% degli adulti in età da lavoro ha completato le superiori, contro il 77,2% della media Ocse.

Complessivamente, su 28 indicatori presi in considerazione dai ricercatori Ocse, l’Italia è nel terzo basso della classifica per 11, nella media per 10 e sopra la media per 7. Non il massimo.

Parlando di infanzia: la povertà infantile è sopra la media Ocse, mentre il tasso di suicidi tra adolescenti è tra i più bassi (segno di una società che è ancora capace di includere e riconoscere il disagio?). Un dato tanto più positivo se si considera che l’11% degli adolescenti italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni non è né occupato né va a scuola (media Ocse 7,1%).

 

Qui sotto le slide di presentazione dell’Ocse (in Inglese)

 

 

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