Il nuovo governo del Canada, guidato dal liberale Justin Trudeau che piuttosto a sorpresa ha mandato a casa i conservatori, potrebbe ritirare il Paese al programma degli F-35. O almeno così ha promesso il neoeletto premier circa un mese fa in campagna elettorale, quando aveva parlato di un nuovo piano «per rendere più snello, agile e meglio attrezzato il sistema militare canadese, che continuerà comunque a essere finanziato dai piani per la Difesa Nazionale già approvati in passato». La volontà del nuovo governo sarebbe quella di indire un nuovo bando di gara per l’acquisto di aerei da combattimento diversi dagli F-35: «ci sono molti altri modelli già testati a costi molto inferiori, che potremmo iniziare a utilizzare da subito. Il governo conservatore non ha mai effettivamente giustificato o spiegato perché il Canada avesse bisogno di caccia di quinta generazione, molto costosi, come il velivolo F-35» aveva detto Trudeau lo scorso settembre. «Con le decine di miliardi di dollari risparmiati sarebbe possibile ampliare la spesa per la Royal Canadian Navy che, da tempo, è in attesa di fondi per navi da combattimento da superficie» aveva aggiunto. Contemporaneamente, il primo ministro canadese aveva sottolineato che il suo governo avrebbe interrotto il bombardamento degli obiettivi contro lo Stato Islamico in Siria.


 

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Un cambiamento di rotta significativo dal momento che, il precedente governo del conservatore Stephen Harper, è stato un sostenitore entusiasta dell’acquisto degli jet F-35: il Canada si è impegnato a comprare 65 jet, per poi rimangiarsi l’entusiastica promessa dopo aver realizzato l’elevato costo e le difficoltà tecniche in cui sarebbe incorso il Paese. Nel 2002 il Canada aveva aderito al Joint Strike Fighter Program, il programma trentennale stipulato da nove Paesi, tra cui Australia, Usa e Italia con lo scopo di avviare la produzione su vasta scala dei nuovi jet, definiti “l’arma più costosa del mondo”. Il ritiro del Canada dall’accordo potrebbe adesso costituire un problema per i paesi che ne fanno parte. Il Sydney Morning Herald australiano, ad esempio, si chiede se l’eventuale ritiro del Canada non costituisca un nuovo aggravio dei costi per i Paesi che sono impegnati nel progetto.

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