Tony Blair chiede scusa per l’Iraq. Era ora, anche se non lo fa fino in fondo e, se sceglie di farlo, lo fa per ragioni di autodifesa prima di ricevere un colpo.Con un’intervista concessa a Fareed Zakaria sulla CNN, l’ex premier laburista fa quello che fino ad oggi non aveva ancora fatto: spiegare che le ragioni che hanno portato la coalizione dei volenterosi a invadere Iraq nel 2003 non avevano fondamento. «Chiedo scusa per aver seguito delle informazioni di intelligence sbagliate e anche se sappiamo che Saddam usò armi chimiche contro il suo popolo, il programma che ritenevamo esistesse non esisteva nelle forma in cui lo pensavamo. E devo anche chiedere scusa per quanto non abbiamo previsto e pianificato su quanto sarebbe capitato una volta caduto il regime…ma ancora oggi credo che l’Iraq senza Saddam sia migliore di quanto non lo fosse»· Quanto all’ascesa dell’Isis, Blair spiega che, certo, c’è una parte di responsabilità della guerra in Iraq sulla crescita dello Stato islamico, ma che le primavere arabe e la guerra in Siria «dove l’ISIS è nato» hanno comunque avuto un impatto cruciale. La portavoce di Blair ha smentito categoricamente che nell’intervista l’ex premier abbia cambiato posizione in qualche modo, la verità  è che questa uscita ha die ragioni fondamentali.

Cosa è successo? La sconfitta del blairismo anche nel suo stesso partito ha portato il campione della Terza via a ripensare se stesso? Non esattamente. Appare sempre più chiaro che la Iraq Inquiry, l’inchiesta sull’ingresso della Gran Bretagna in guerra nota come rapporto Chilcot, un milione di pagine che spiega che l’intelligence e il piano sul dopo erano sbagliate e poi chissà che altro. Il rapporto è pronto da anni ma non è stato reso pubblico. La diffusione di un meno riservato di Collin Powell a Bush domenica scorsa, indica chiaramente che Blair era già arruolato in un’eventuale guerra irachena nel 2002. Il memo viene scritto prima del vertice di Crawford – che i due leader hanno sempre detto non sia stato il luogo in cui la guerra è stata decisa e nel testo si legge:  «In Iraq, Blair sarà con noi se dovessimo ritenere che un’operazione militare è necessaria. E’ convinto su due punti; la minaccia è reale; e il successo contro Saddam produrrà un successo regionale».

Il documento spiega che durante il vertice Blair renderà pubblici gli argomenti sui quali conviene con gli Usa e spiegherà perché «ritiene reali le minacce alla pace dell’Iraq».  Il documento, insomma, rivela in maniera incontrovertibile che il governo britannico era pronto a schierare le sue truppe al fianco di quelle americane a prescindere.

Il rapporto Chilcot è stato scritto tra 2009 e 2011 e non è stato diffuso per ragioni di sicurezza e segretezza – ad esempio ci sono state lunghe trattative con gli americani per capire quali documenti secretare. Dopo le rivelazioni del Mail on Sunday, che ha pubblicato il memo domenica scorsa, le pressioni per la pubblicazione del rapporto sono enormi. E probabilmente Blair decide di mettere le mani avanti con l’intervista a Zakaria. Resta il disastro in politica estera e la fine ingloriosa di un’esperienza di governo che era stata, per il rinnovatore del Labour, una marcia trionfale proprio fino all’Iraq. Dopo di allora, prima la guerra e i suoi disastri e poi, quando Blair aveva già lasciato il trono a Gordon Brown, la crisi finanziaria, hanno di fatto distrutto la sua eredità politica. Un’eredità sepolta dall’ascesa di James Corbyn alla guida dei laburisti, che in queste ore sono un po’ in imbarazzo: se il nuovo leader è sempre stato contro la guerra, massacrare una figura tanto importante (e ancora piena di alleati ed ex adepti nel partito) potrebbe essere un autogol. Nel frattempo però, contro Blair si scaglia lo Scottish National Party, che con la sua leader Nicolas Sturgeon chiede con forza la pubblicazione del rapporto Chilcot. Se Blair ha perso i britannici con la guerra, si può senza dubbio dire che una delle ragioni per l’abbandono da parte degli scozzesi del partito laburista è anche la guerra in Iraq.

@minomazz

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