La polemica è stata sollevata più volte sui social network: “se sono migranti, se non hanno nulla, se sono in fuga e disperati perché possono permettersi uno smartphone?”. Come se in fatto di disperazione, guerra e migrazioni il tempo si dovesse essere fermato al secolo scorso, alle carovane e alle valige di cartone. Secondo The Indipendent la questione è semplice: chi si pone domande del genere evidentemente è un idiota.

Un migrante controlla se il suo cellulare si è ricaricato mentre aspetta di attraversare il confine fra la Serbia e la Croazia nel villaggio di Berkasovo, circa 100 km a ovest di Belgrado in Serbia. (AP Photo/Darko Vojinovic)

Un migrante controlla se il suo cellulare si è ricaricato mentre aspetta di attraversare il confine fra la Serbia e la Croazia nel villaggio di Berkasovo, circa 100 km a ovest di Belgrado in Serbia. (AP Photo/Darko Vojinovic)

A refugee checks her mobile phone at a resting point shortly after arriving on a dinghy from the Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, Tuesday, Oct. 6, 2015. (AP Photo/Santi Palacios)

Una rifugiata controlla il suo cellulare dopo essere arrivata a Lesbo dalla Turchia.

 

Senza essere così diretti, sicuramente quello che salta agli occhi quanto sia scarsa la consapevolezza delle reali condizioni di vita di chi, da un giorno all’altro, si trasforma in migrante, clandestino, esule, rifugiato. O in una qualsiasi delle mille parole che utilizziamo per indicare un qualcosa che troppo spesso riusciamo a percepire solo nelle dimensioni di eccezionalità e di lontananza.

La Siria per esempio è classificata come un Paese a reddito medio basso, le condizioni generali della popolazione non impediscono quindi a chi parte di possedere uno smartphone dotato di gps e fotocamera visto che ha un costo inferiore ai 100 dollari. Facciamocene una ragione: nel 2015, i migranti hanno lo smartphone, sanno cosa è un selfie, chattano su whazzapp e usano google maps. E questo non significa che siano ricchi, che potevano starsene a casa loro, che non siano disperati.
Perché, come scrive la giovane poetessa Warsan Shireh, «Nessuno mette i suoi figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra».

A man prays as another uses his cell phone to take a photograph after their arrival on a dinghy from the Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, Monday, Oct. 19, 2015. More than 600,000 people, mostly Syrians, have reached Europe since the beginning of this year. (AP Photo/Santi Palacios)

Un uomo prega mentre l’altro scatta una foto per testimoniare il loro arrivo sulla terra ferma.

 

Durante il viaggio il telefono cellulare si trasforma in uno strumento prezioso per chi, in fuga dall’Africa o dal Medio Oriente, cerca di arrivare in Europa. I rifugiati usano le app di messaggistica come WhatsApp, Viber e Linea per comunicare con i propri cari a casa, far sapere loro dove sono, mandare un selfie per dire una cosa semplice come “sono arrivato” e straordinaria come “sono vivo”.

A Syrian man holds his daughter while making a phone call immediately after his arrival on a dinghy from the Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, Thursday, Oct. 8, 2015. More than 500,000 people have arrived in the European Union this year, seeking sanctuary or jobs and sparking the EU's biggest refugee emergency in decades. (AP Photo/Santi Palacios)

Un uomo siriano tiene in braccio la figlia mentre chiama i suoi cari subito dopo essere approdato sull’isola di Lesbo a bordo di un gommone partito dalla costa turca.  (AP Photo/Santi Palacios)

 

Attraversano le fontiere utilizzando il gps di Google Maps o e dopo aver già cercato mappe e rotte da percorrere da casa, prima di partire, sempre su internet, sempre su Google. Le parole più cercate su Google in Siria in questi mesi sono: ospedale, respirazione bocca a bocca e il percorso per arrivare in Germania. Tre cose che da sole rendono chiaro il quadro della situazione.

I migranti documentano su Instagram il loro viaggio nel tentativo di raggiungere l’Europa. E uno smartphone è spesso l’unico elemento che portano. L’unico mezzo attraverso il quale registrare quello che si sta vivendo. «Vogliamo avere dei ricordi del brutto viaggio che abbiamo fatto» spiega per esempio Ahmed Mehar Aloussi, 30 anni, in fuga da Damasco intervistato dal corrispondente della rivista Time.
La crisi dei rifugiati che sta travolgendo l’Europa in questi ultimi anni è la prima dell’era digitale. Un tempo pensieri e speranze si consegnavano a lettere e diari, le risposte si cercavano nelle mappe e negli atlanti. Oggi l’esodo è cambiato, come sono cambiati i tempi, e ad ogni passaggio di frontiera, si apre una gara per trovare la rete, una nuova carta sim locale o una rete wi-fi pubblica.

 

epa04076557 This picture entittled 'Signal' by US photographer John Stanmeyer of the VII Photo Agency is the World Press Photo of the Year 2013 in the 57th World Press Photo Contest, it was announced by the organizers on 14 February 2014 in Amsterdam, The Netherlands. The picture shows African migrants on the shore of Djibouti city at night, raising their phones in an attempt to capture an inexpensive signal from neighboring Somaliaa tenuous link to relatives abroad. Djibouti is a common stop-off point for migrants in transit from such countries as Somalia, Ethiopia and Eritrea, seeking a better life in Europe and the Middle East. The picture also won 1st Prize in the Contemporary Issues category, and was shot for National Geographic. EPA/JOHN STANMEYER / VII AGENCY/ NATIONAL GEOGRAPHIC Editorial us only, no sales, no archive, no cropping, no manipulating, use only in connection with the World Press Photo and its activities HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES/NO ARCHIVES

Gli smartphone accompagnano i migranti nelle loro rotte già da qualche anno. Questa foto è del 2013 e mostra dei profughi africani che alzano i loro cellulari sulla spiaggia di Djibouti  durante la notte nel tentativo di prendere il tenue segnale di rete della vicina Somalia per contattare i propri cari.  Djibouti è una tappa fissa per i migranti che sono in transito da Paesi come la Somalia, l’Etiopia e l’Eritrea.  Questa foto è stata scattata per il National Geographic.

 

Quando la rotta intrapresa dai migranti prevede un passaggio via mare, in molti salvano il proprio smartphone dall’acqua avvolgendolo in una busta di plastica, in un palloncino o in un guanto in lattice e assicurandoselo sotto il giubbotto di salvataggio prima di salire sul gommone.

buste

E poi c’è chi sale sul barcone pronto all’invio di messaggi sms che lancino l’sos in tempo per far arrivare i soccorsi prima dell’emergenza, ma dopo che si è già oltrepassato il confine. I profughi spesso provengono da zone urbanizzate, in particolare i rifugiati Siriani, e sanno sfruttare al meglio i loro smartphone per rendere quanto più facile e sicuro possibile il loro viaggio.

epa04933278 Refugees charge their mobile phones at the border station between Serbia and Hungary near Horgos, northern Serbia, 16 September 2015. Hungarian police fire tear gas and deploy water cannon to push migrants away from a barricade at Roszke on the border with Serbia. Hungary declared a state of emergency in two counties along its border with Serbia, after it used a boxcar fitted with razor wire to block a major entry point there. Declaring the state of emergency paves the way for parliament to allow the army to reinforce police along the border, as new measures to crackdown on refugees go into effect. EPA/TAMAS SOKI HUNGARY OUT

epa04933285 Refugees charge their mobile phones at the border station between Serbia and Hungary near Horgos, northern Serbia, 16 September 2015. Hungarian police fire tear gas and deploy water cannon to push migrants away from a barricade at Roszke on the border with Serbia. Hungary declared a state of emergency in two counties along its border with Serbia, after it used a boxcar fitted with razor wire to block a major entry point there. Declaring the state of emergency paves the way for parliament to allow the army to reinforce police along the border, as new measures to crackdown on refugees go into effect. EPA/TAMAS SOKI HUNGARY OUT

Rifugiati ricaricano il loro cellulare arrivati al confine fra Serbia e Ungheria

 

Nei punti di racconta, nei campi o nelle stazioni dove vengono radunati durante le tappe del tragitto assieme a beni di prima necessità e scarpe vengono forniti punti dove è possibile ricaricare il proprio telefono o accedere al wi-fi. La domanda per questo servizio fra i migranti è altissima. Per esempio alla stazione di Keleti in Ungheria dove erano stati accolti migliaia di migranti, la richiesta energia elettrica e wi-fi è stata talmente alta che Greenpeace ha dovuto montare una tenda più grande per dare risposta alle esigenze di tutti. Alla domanda su cosa sia più importante fra il cibo e la possibilità di caricare il proprio smartphone, molti rifugiati, soprattutto i più giovani, non esitano nemmeno un attimo a rispondere: scelgono la seconda.

Gli smartphone infatti sono una risorsa capace di rendere i migranti preparati ad affrontare le difficoltà del viaggio, ma anche quelle che si presenteranno all’arrivo: sapere dove andare, con chi parlare, avere la possibilità di riuscire a tradurre nella propria lingua quello che non si comprende. A volte, semplicemente non sentirsi soli e abbandonati a se stessi.

A man looks at his mobile phone while waiting for a train heading toward Serbia, at the transit camp for refugees near the southern Macedonian town of Gevgelija, after crossing the border from Greece, early Thursday, Oct. 8, 2015. Several thousand migrants and refugees enter daily from Greece into Macedonia on their way through the Balkans towards the more prosperous European Union countries. More than 500,000 people have arrived this year in EU seeking sanctuary or jobs, sparking the EU's biggest refugee emergency in decades. (AP Photo/Boris Grdanoski)

In un campo profughi di transito a sud della Macedonia nella città di Gevgelija un uomo guarda il suo smartphone mentre aspetta il treno che gli permetterà di attraversare la Serbia.

 

   @GioGolightly

Commenti

commenti