Le Nazioni Unite hanno diffuso la loro valutazione generale sui 146 piani nazionali presentati in vista della Conferenza di Parigi sul clima (30 novembre-11 dicembre). Il quadro è chiaro-scuro, con un problema di fondo: se pure implementati, i piani non riusciranno a impedire che la temperatura media globale si alzi di 2 gradi centigradi, considerata dagli scienziati la soglia di guardia. Se applicati, i piani ridurranno in maniera considerevole le emissioni pro-capite – del 9% entro il 2030 – ma la concentrazione di CO2 nell’atmosfera continuerà ad aumentare.

La grande novità rispetto a Kyoto è il numero di Paesi coinvolti che, registrata la gravità della situazione relativa al cambiamento climatico, scelgono di adottare delle misure per contrastarlo. Rispetto al primo vertice che si occupò di questo tema la percentuale di emissioni coinvolta dai piani nazionali è moltiplicata per quattro – Cina e Stati Uniti non avevano firmato e i piccoli Paesi non prendevano impegni, oggi anche Etiopia e Costa Rica scelgono di avere politiche, consci che i danni del riscaldamento globale colpiranno prima i Paesi più poveri e quelli la cui collocazione geografica li mette più a rischio.

La valutazione degli esperti Onu è parzialmente positiva: i piani indicano aumenti della temperatura globale che dovrebbe essere intorno ai 2.7 gradi rispetto ai livelli pre- rivoluzione industriale. La valutazione dell’Onu spiega anche che l’obbiettivo dei due gradi non è impossibile da raggiungere e che i nuovi impegni sono un passo in avanti anche rispetto a un anno fa, quando l’impatto dei piani veniva valutato in un aumento della temperatura di 3,1 gradi. I due gradi sono il livello massimo tollerabile per l’ecosistema, oltre, sostengono gli scienziati, si rischiano impatti climatici significativi e pericolosi.

La notizia è per metà buona anche se si considera che fino a qualche anno fa i livelli di emissioni previsti facevano prevedere unaumento delle temperature di quattro o cinque gradi, con effetti catastrofici.

La cattiva notizia, oltre all’insufficienza degli impegni, è il legame tra impegni dei Paesi poveri e disponibilità di risorse: se i Paesi ricchi non ne metteranno abbastanza a disposizione è impensabile che alcuni Paesi africani facciano passi in avanti.

Nel frattempo si moltiplicano le idee, prese di posizione e proposte. Nell’editoriale sull’ultimo numero in edicola, The Lancet, il più autorevole giornale medico al mondo, propone di tagliare in maniera drastica le emissioni di inquinanti climatici di breve durata (che scompaiono in fretta dall’atmosfera):

Se le comunità politiche che professano il loro impegno contro il cambiamento climatico voglioni impedire che la loro credibilità vada in fumo di fronte a decenni di inazione, potrebbero iniziare il lavoro concentrandosi sugli inquinanti climatici di breve durata. L’impatto di questi inquinanti sulla salute e il riscaldamento globale è evidente, e le tecnologie per ridurre le emissioni sono già disponibili.

A differenza dell’anidride carbonica e di altri gas che rimangono nell’atmosfera per centinaia di migliaia di anni, gli inquinanti di breve durata clima, come il nerofumo (fuliggine), l’ozono troposferico e il metano, persistono per pochi giorni o per decenni e la loro riduzione potrebbe rallentare il riscaldamento globale entro 10 anni.

Il World Resource Institute, invece, propone 5 punti fondamentali per rallentare il riscaldamento del clima ma avverte: «Fino a oggi abbiamo corso una maratona, prima e durante il vertice di Parigi servirà uno sprint».

A proposito di impegni a breve e comportamenti: qui sotto un breve cartone di The Guardian che spiega quanto la volontà di rinfrescare i nostri ambienti chiusi con l’aria condizionata alimenti il riscaldamento del pianeta. Un tempo erano gli Usa a essere campioni dell’uso smodato di condizionatori. Oggi l’Asia insegue (e anche in Italia, negli ultimi anni, abbiamo cominciato a usarli come se non ci fosse un domani)

Commenti

commenti