Se dovessimo descrivere Diana Winter con una sola parola sicuramente sarebbe eclettica. Diana, classe 1985, una vita divisa fra l’Italia e l’Inghiliterra, canta, suona la chitarra e compone canzoni sin da quando era piccola. Il suo ultimo album “Tender Hearted” è uscito il 29 ottobre in collaborazione con Beta Produzioni. Questo disco è il frutto di un lungo processo di lavorazione e segna un nuovo punto di maturazione nella carriera dell’artista. Soprattutto arriva dopo una serie di esperienze importanti: il tour come vocalist di Giorgia – che di lei disse: «quando intrecciamo le nostre voci mi sembra di sentire la mia raddoppiata» – e l’esperienza in tv a The Voice, il talent musicale di Rai 2, dove faceva parte del team della cantante Noemi.
Tender Hearted è il secondo album della tua carriera. Come lo descriveresti?
Sì, ho debutatto nel 2007, a 22 anni, con Escapizm e tra quel lavoro e questo è passato molto tempo. Tender Hearted è diventato una sorta di diario musicale, un compagno di viaggio che mi ha seguito durante tutti questi anni e attraverso le varie evoluzioni, sia personali che professionali della mia vita. Il risultato finale è eclettico, poliedrico, si percepiscono mille sfaccettature derivate dal fatto che quando produci qualcosa in un tempo così lungo, hai modo di tornare indietro, rivedere quello che hai realizzato, aggiungere, togliere, migliorare.
E il risultato si vede. Nel disco si intrecciano soul, rock, folk, pop e funk.
Nell’album i generi musicali si alternano e si contaminano l’uno con l’altro come fossero degli stati d’animo. Quest’album è insieme un diario e un ritratto di come sono, dei vari aspetti che mi contraddistinguono.
Un’anima rock che ha anche un cuore tenero? È questo il senso di “Tender Hearted”?
In un certo senso sì. Il disco mescola questo duplice aspetto che mi caratterizza, ci sono brani più forti, caratterizzati da sonorità rock e folk, e altri più dolci e intimi, raccontati attraverso delle ballad più soul. Io sono sempre stata entrambe le cose fin da bambina, “Tender Hearted” era un modo per spiegare questa mia ambivalenza, emotiva e artistica.
Qual è allora in quest’album la traccia che ti descrive meglio?
L’ultima, April Lane, mi somiglia molto. È una ballad dalle sonorità acustiche, dolce ma allo stesso tempo vitale, grintosa. Per questo l’ho messa alla fine del disco. Era un modo per dire: anche questa sono io.
Questo lavoro vanta anche collaborazioni internazionali
Sì, ho collaborato con Phil Gould dei Level 42, Neil Black, Rupert Brown, Al Slavik. Figure che sono un punto di riferimento per me nel mondo della musica, con più esperienza di me e dalle quali ho imparato molto. Avevo già lavorato con molti di loro per “Escapizm” e così abbiamo portato avanti questo percorso.
Sei italiana ma canti e scrivi in inglese, un altro elemento che segna la tua “doppia” identità. Hai mai pensato di realizzare un disco interamente in italiano?
Trovo l’idea molto stimolante, ci ho pensato e mi piacerebbe molto. L’italiano è la mia lingua madre e, soprattutto, è una lingua estremamente ricca. Offre potenzialità espressive enormi devo solo lavorare per riuscire a tradurle al meglio e unirle alla mia musica. Forse ci vorrà un po’, ma un giorno potrei cantare anche in italiano, perché no.
Un cantautore a cui ti ispireresti volentieri?
Niccolò Fabi, mi piace molto.

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   @GioGolightly

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