Qualche tempo fa abbiamo letto di un dibattito scoppiato in America e di un libro dal titolo Vacche sacre che raccontava di una “cultura” secolare che concepiva le donne solo se madri. Brave madri, per obbligo, perché innatamente madri. Altrimenti cattive. Una vera e propria religione della maternità secondo la quale la donna nasce madre. Altro non può essere. Contemporaneamente, alla tv americana, una signora X raccontava di non aver mai desiderato di avere figli. E di non essersi, per questo, sentita malata o menomata o semplicemente “meno”, scatenando i peggiori insulti sulla rete. Valanghe di insulti in cui veniva definita perversa, contro natura, insensibile, una poco di buono, una donnaccia cattiva.
In redazione ne abbiamo discusso più volte. Il discorso è complesso e ha addosso secoli di religione e di ragione. Di logos occidentale. Ci siamo presi del tempo, ma la discussione tornava a galla a ogni riunione. I suoi rivoli sono infiniti: l’uguaglianza, la discriminazione, la liberazione, le nuove tecniche di procreazione medicalmente assistita, la fine dei legami di sangue, l’adozione, le patologie, le scelte, il desiderio, la creatività, l’identità. Gli affetti. La maternità come scelta e non come presunta e obbligata “creatività biologica”.
Come partecipare al dibattito allora? Cosa aggiungere, dopo aver scritto per anni di una pazzia assurda che arrivava a non considerare la donna neanche “essere umano”, ma solo un pezzo d’uomo, madre e moglie, vacca sacra o porta del male per secoli. Dal mito della verginità della Madonna, idolo femminile imposto all’Occidente, a tutto quello che storicamente ne è conseguito, dalla criminalizzazione della sessualità all’invenzione della cattiveria. Come dire di più? Anzi, come dire che oramai c’è un di più? Che nel frattempo il mondo è cambiato ma non ce lo dicono. Che questo cambiamento già lo viviamo. E che ora è arrivato il momento di raccontarlo e di scriverlo. Ognuno a modo suo. Chiara Saraceno lo fa con cifre alla mano per dimostrare che senza dubbio le ragioni economiche e sociali pesano sulle scelte di vita ma che ormai «l’aumento generalizzato della scolarizzazione, con le opportunità che apre di investire anche in una professione, l’aumentata possibilità di viaggiare e fare esperienze diverse, la pluralizzazione di modelli femminili non orientati esclusivamente sulla maternità e appagati nonostante l’assenza di maternità – tutti questi fenomeni da un lato estendono il fenomeno del ritardo nella decisione di maternità… Dall’altro lato, rendono legittimo pensare, e dire, senza timore di apparire devianti o peggio, che non occorre essere madri per realizzare il proprio progetto di vita, anche sul piano relazionale e affettivo».

Abraham Yehoshua, Francesca Fornario e Barbara Fiorio lo fanno con le loro storie che narrano di donne che non sono madri e mogli per scelta. Oppure decidono di esserlo, ma sempre per scelta. Per dirvi che le ragioni economiche non bastano più a spiegare la bassa natalità o l’evoluzione sociale di una famiglia che si allarga, che accoglie stranieri, che si lascia alle spalle il valore assurdo dei vincoli di sangue per aprirsi a nuovi e potenti vincoli affettivi. Le ragioni economiche (che diventano spesso politiche), nelle nostre storie sono al massimo ciò che frena, che fa da tappo, che tenta di nascondere un mondo umano che va da un’altra parte e che si ribella a tutto. In primo luogo alle “leggi della natura”, perché come dice Francesca Fornario, l’umanità è altra cosa e «io non mi fido affatto di quello che fa la natura, perché fosse per lei, se ti viene un cancro, muori. E invece noi abbiamo inventato la chemioterapia e la natura la freghiamo. Ecco, io tra la natura e gli esseri umani, tifo per gli esseri umani, perché hanno lo sguardo decisamente più lungo».

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