Il 28 ottobre 2015, è iniziato il processo Aemilia, processo che vede alla sbarra la ’ndrangehta presente in Emilia-Romagna e nelle regioni del Nord-Italia, ma soprattutto imprenditori e politici locali. Oggi, la terza di quasi trenta udienze che si terrano entro Natale. Duecentodiciannove gli imputati. Decine e decine i reati contestati, quasi tutti con l’aggravante di favorire e agevolare l’azione mafiosa.
Sono passati quasi 20 anni (era il 1998) da quando Enzo Ciconte, oggi professore all’Università di Pavia dove insegna Storia delle mafie italiane, analizzava e sintetizzava per primo – nel suo libro Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta in Emilia-Romagna – il radicamento della criminalità organizzata al Nord. Ex deputato del Pci, e consulente per oltre 11 anni della commissione parlamentare antimafia, è considerato il massimo esperto in Italia di dinamiche e penetrazioni mafiose, gli abbiamo chiesto di delinearci i tratti salienti di quello che può essere considerato il maxiprocesso alla criminalità – e alla storia – dei giorni nostri.

Professore, è un processo storico? Ci può dire perché?
Sì, lo è senz’altro. Intanto, è la prima volta vengono processati contemporaneamente cosi tanti mafiosi. Ma il processo è storico anche per un’altra ragione: segna un mutamento di qualità rispetto al passato. Per la prima volta, emerge un coinvolgimento equivalente da parte del mondo dei corruttori, gli ’ndranghetisti, e dei corrotti, pezzi di società, che a loro volta diventano criminali. Su alcuni segmenti della società, come nel mondo del giornalismo, dell’economia, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, emergono fatti inquietanti. Per la prima volta sono questi mondi ad andare a chiedere i servigi e cercare le strade della criminalità organizzata e non viceversa. Ora sono uomini del Nord, nati e cresciuti a Reggio Emilia o a Modena, a richiedere per primi un certo tipo di reati, non uomo in di Cutro. Il mutamento è tutto qua: mentre prima gli imprenditori erano calabresi, emigrati e stabilitisi al Nord, vittime e poi collusi, adesso la novità rilevante è che una parte imprenditoria reggiana si criminalizza.

Si “’ndranghetizza”, praticamente?
Esattamente.

Come mai?
Crisi dell’economia, e dell’etica. Etica imprenditoriale, principalmente. E poi, tutto sommato, va detto: trovano comodo usufruire delle scorciatoie. Un imprenditore di Reggio (Emilia, ndr) ha prima tentato di corrompere una funzionaria di Brescia per ottenere un appalto, poi siccome l’affare non è andato in porto, per così dire, si rivolto alla ’ndrangheta per riavere i soldi, e sa perché, spiega? Perché “commercialmente ci stava”, si è giustificato. “Commercialmente ci stava”. È agghiacciante, perché vuol dire che tu imprenditore, consideri la ’ndrangheta come un fatto economico, e non ti rendi conto che così la alimenti, la nutri.
Come una sorta di recupero crediti di nuova generazione, praticamente.
Nel mondo giornalistico invece, succede altro. Qualcuno fa da trait d’union con la mafia. Uomini cerniera, io li chiamo. L’imprenditore viene consigliato direttamente dal giornalista che gli dice di rivolgersi agli ’ndranghetista. Il giornalista (tra gli imputati di Aemilia, ndr) prende coscientemente parte di questo processo.

Oltre alla Regione, a diversi Comuni e Province, centinaia erano originariamente le persone offese individuate. All’inizio del processo, però, solo 4 persone si sono dichiarate parte civile – di cui una sola presente in aula, la coraggiosa giornalista del Resto del Carlino di Reggio Emilia Sabrina Pignedoli. Come mai le vittime si sono tirate indietro?
Si chiama paura. Si chiama omertà. Il problema è che ce l’hanno a Reggio Emilia, a Bologna, che cavolo! Stiamo parlando di luoghi in cui, per altro, non c’è il controllo del territorio. Non c’è mai scritto in 1500 pagine di ordinanza, una sola riga in merito. La capacità pervasiva esiste perché le mafie condizionano il mercato.

Quindi paura di ritorsione economica più che fisica?
Mah, quando c’è la paura, è paura. Principalmente per la propria incolumità.

Come mai, almeno al Nord, non c’è la fiducia nella magistratura?
Sospira. Questo non so dirglielo. Non ne ho proprio idea.

Chi sono le vittime, le parti offese?
Se si guardano i reati, sono facilmente bersaglio di estorsione o intimidazione, come appunto gli imprenditori, principalmente. O i commercianti. Per le dinamiche di cui sopra. Ma anche operai, lavoratori del settore edile e via discorrendo.

Sono 20 anni che racconta quanto la ‘ndrangheta faccia parte del tessuto emiliano romagnolo e del nord in generale, e quanto necessariamente si debba nutrire di questo per prosperare. Dunque perché si è arrivati a mettere insieme elementi per un processo solo ora? Cos’è cambiato?
C’è voluto un po’ per mettere insieme tutto. Ma un momento: tenga conto che questa è solo una ’ndrina, quella dei Grande Aracri, ma c’è tutto un panorama che ancora non abbiamo toccato.

Sarebbe stata la mia prossima domanda: cosa e quanto c’è di tuttora sommerso, che ancora non sappiamo?
Ah, sicuro che sia un panorama enorme, come le dicevo. Perché guardando al passato, al radicamento, ad alcune presenze storiche, per così dire, posso assicurarle che c’è ancora molto. Non è una critica ai magistrati, per carità: non è possibile fare tutto in una volta.
Poi c’è un altro aspetto: c’è la parte della politica che è interessante. Tutto un altro mondo da scoperchiare. Rispetto al passato, la politica ha ceduto: invece di essere un presidio contro questi atteggiamenti criminali, i politici che emergono dall’inchiesta hanno fatto un’operazione diversa. Hanno avuto, senza dubbio alcuno, rapporti chiari e consapevoli con la ’ndrangheta. Perché anche qui, è cambiata l’etica della politica. Un tempo aveva a disposizione una cosa seria che si chiamavano partiti, c’era un lascito che si tramandava e consegnava di generazione in generazione. In Emilia, poi, col Pci che era autorevolissimo… La selezione della classe dirigente avveniva all’interno delle sezioni, con un passaggio tra le persone… Nel momento in cui tutto questo è venuto meno, e si va alle primarie, cambia tutto. Il passato delle persone e la loro esperienza, contano.

Il segretario provinciale di Bologna, Critelli, ha dichiarato che il Pd ha parecchio da farsi perdonare.
Non c’è dubbio alcuno. Il Pd ha colpe enormi. Colpe politiche, chiaramente.

Cosa si può fare, per il futuro?
Ah, io sono uno storico, non un indovino (ride un po’ amaramente). Mantenere viva, e sempre costante l’attenzione nei confronti di questo fenomeno. Perché ormai spero sia chiaro che ci sarà una presenza mafiosa che non si scioglierà nel giro di pochi anni. Non è un fenomeno circoscritto che fa qualche anno svanirà. Poi, ognuno deve fare la sua parte. Gli amministratori locali non devono più farei gli appalti al massimo ribasso d’asta, gli imprenditori devono fare gli imprenditori senza prendere scorciatoie, i politici i voti li devono raggranellare facendo politica e non la appellandosi alla ’ndrangheta. Insomma, facendo cose normali come si fa in un Paese normale. Il problema non lo risolvi con i processi, le inchieste e le condanne. Lo risolvi con la cultura.

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