n arretramento generale, che ha creato una nuova grande sacca di povertà. Una maggiore tenuta dei redditi e delle ricchezze nella fascia più alta della distribuzione. L’emersione di nuove diseguaglianze, anche all’interno di settori lavorativi prima protetti. L’emergenza di misure di prevenzione dimenticate e cure non garantite. Una riapertura del gap tra Centro-Nord e Sud d’Italia, e una riduzione di quello tra uomini e donne. In tutte queste dinamiche, affrontate man mano, con numeri e storie, in questo racconto, è sempre spuntato con evidenza un elemento comune: l’età. La condizione di maggiore esposizione, fragilità e rischio ha contraddistinto per tutta la durata della crisi la fascia più giovane della popolazione. Quella che è arrivata alla soglia dell’età adulta proprio mentre sul mondo degli adulti piombava la Grande Recessione. E così se l’è trovata tutta addosso, a tutte le latitudini – ma di più al Sud -, e senza visibili distinzioni tra donne e uomini. Mentre si rimpiccioliva il gap di genere, quello generazionale esplodeva. Un’intera generazione, cresciuta con la recessione, ne porta le cicatrici più profonde. Per capire appieno questo gap generazionale, però, non dobbiamo guardare a una fotografia dell’Italia di oggi, mettere in contrapposizione gli attuali giovani e gli attuali maturi e anziani, alludendo a un automatismo per il quale i guai dei primi derivano dai privilegi dei secondi. Il che può essere vero – riguardo alla condivisione del peso della crisi – in alcuni campi e in alcuni settori, ma non sempre e non ovunque, e in ogni caso non in quelli in cui i padri e le madri (o i nonni e le nonne) sono stati esposti ai colpi del mercato tanto quanto i giovani, con la sola differenza che hanno avuto qualche protezione in più per reggere meglio, e aiutare così anche figli e nipoti. Più utile e impressionante è il confronto tra due fotografie: quella di una generazione che è entrata nei trent’anni nel pieno della Grande Recessione, e quella di chi vi è arrivato negli anni Novanta del secolo scorso.


La condizione di maggiore esposizione, fragilità e rischio ha contraddistinto, per tutta la durata della crisi, la fascia più giovane della popolazione


 

Due generazioni, distanti una ventina d’anni all’anagrafe e un’eternità nelle condizioni materiali di vita; e soprattutto, nelle prospettive di futuro. Un piccolo esercizio, relativo solo ad alcuni aspetti della vita materiale, ci aiuta a capire questo gap generazionale dinamico, visto come confronto temporale tra generazioni. Lo ha fatto l’economista Giuseppe Ragusa, prendendo come riferimento una persona con un’età precisa – 27 anni – in due momenti della nostra storia recente: il 1993 e il 2012. Chi ha compiuto 27 anni nel 2012, ha calcolato Ragusa, ha guadagnato mediamente il 26% in meno rispetto a un ventisettenne del 1993. I suoi coetanei erano occupati nel 57,7% dei casi – contro il 62% del 1993 – sebbene fossero mediamente molto più istruiti (la percentuale di laureati essendo arrivata in quella fascia d’età al 28,1%, contro il 7,8% del 1993). Va da sé che tra le due fotografie è profonda anche la differenza circa il luogo in cui si vive, essendo aumentata di quasi 17 punti percentuali la quota di quanti vivono con i genitori. Anche perché, se nel 1993 il ventisettenne doveva sborsare sette volte il suo reddito annuo per poter acquistare una casa, nel 2012 doveva moltiplicare il reddito annuo per dodici (sempre che ce l’avesse, un reddito: stiamo parlando ovviamente di medie). E la ricchezza media, tra i nostri due ventisettenni, si è quasi dimezzata, passando dai 156.000 euro del 1993 ai 77.000 del 2012. La simulazione potrebbe continuare, dandoci ulteriori prove della lontananza di due generazioni così vicine. Ricorriamo ancora ai dati del rapporto dell’Istat dedicato al confronto tra generazioni, che illuminano il diverso ambiente che si sono trovati davanti, al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro, i nati a metà degli anni Sessanta e i nati a metà degli anni Ottanta: tra i primi, solo il 23,3% è entrato nel mondo del lavoro con un contratto atipico, condizione che invece ha riguardato il 44,8% del secondo gruppo.


Non si tratta solo di contare i danni della crisi, confrontando genitori con figli. Ma di confrontare i giovani di oggi con i loro genitori quando avevano la stessa età


 

In tutti e due i gruppi, una parte ha dovuto accettare di iniziare a lavorare con qualifiche inferiori a quelle per le quali aveva studiato, ma tale percentuale è salita dal 27,8% dei nati negli anni Sessanta al 36,6% della generazione nata negli anni Ottanta. «C’era una volta la meglio gioventù», ha scritto un gruppo di ricercatori confrontando la dinamica dei salari a inizio carriera (in questo caso, tra i nati negli anni 1965-1969 e i nati nella seconda metà del decennio successivo): dal loro studio emerge che i più giovani hanno perso, nei primi sei anni della loro carriera lavorativa, ben 8.000 euro rispetto a coloro che erano entrati solo dieci anni prima; e che questo gap si amplifica, arrivando a oltre 35.000 euro di perdita cumulata, per i laureati. Non si tratta, dunque, solo di contare i danni della crisi, confrontando padri e madri con figli e figlie. Ma di mettere a confronto i giovani di oggi con i loro padri e le loro madri, quando avevano la stessa età. Visto in questa sezione temporale, il gap tra generazioni ci appare più profondo e ci consegna le prove di una diseguaglianza più aspra e inaccettabile. Perché incide su tutti i gangli fondamentali della vita sociale e personale: lavoro, reddito, casa, ricchezza, istruzione. E soprattutto perché è proiettata sul futuro, dunque anche sulla capacità di reagire e risalire la china dopo la crisi.

Il libro

Come siamo cambiati di Roberta Carlini, giornalista capace di scrivere di economia come pochi altri, non è un libro sulla crisi ma sulle cicatrici che ha lasciato all’Italia. Quelle che vediamo e quelle che vedremo tra qualche anno. Frutto di un lavoro di inchiesta, il libro racconta i giovani, le donne, la demografia, i consumi e le diseguaglianze. Una fotografia della società italiana fatta di storie, numeri e analisi.

 

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