L’aula, nel tribunale di Roma, a piazzale Clodio, è gremita. Già sono tanti gli imputati, 46, poi ci sono gli avvocati, i giornalisti, e i praticanti avvocati e gli studenti di giurisprudenza venuti a vedere il maxi processo romano, Mafia Capitale, perché almeno qualcuno possa impararne sicuramente una qualche lezione.

Nel giorno dell’avvio (il percorso sarà lungo), parlano (entrambi per bocca degli avvocati) Massimo Carminati e Buzzi. Quello di Carminati, Giosuè Naso, in particolare ha tenuto a specificare che per loro questo sarebbe «un processetto dopato da una campagna mediatica». Ci ha poi comunicato che Carminati sarebbe indispettito, tanto per l’uso della parola «mafia», quanto per l’accostamento con la droga che – sia mai – «gli fa veramente schifo».

La settimana prossima il processo si sposterà dentro Rebibbia, carcere romano, nell’aula bunker, meglio attrezzata. E si potrà seguirlo in video, seppur in differita.

Per seguire meglio gli sviluppi vi lasciamo qui un sintetico riassunto della situazione. Che non è proprio «un processetto», converrete, e per questo quello che segue è proprio solo poco più che uno schema.

L’accusa, intanto, è composta dai Pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, guidati da Giuseppe Pignatone, procuratore capo. La loro inchiesta spazia dalle opere pubbliche in città alla gestione dei migranti, e quindi al mondo delle cooperative. Lo spettro è vasto, ed è ben reso dalla varietà degli indagati, molti dei quali sono già arrestati, i più ai domiciliari alcuni (come Buzzi e Carminati) in carcere, costretti a seguire il processo in videoconferenza. Si va da Massimo Carminati, l’ex terrorista dei Nar, quello che per i Pm è il vertice dell’organizzazione, Salvatore Buzzi, capo della 29giugno, e Luca Odevaine, vicecapo di gabinetto con Veltroni e poi membro del tavolo nazionale sui migranti, fino a Fiscon, ex amministratore delegato dell’Ama, a consiglieri e assessori comunali (come Coratti, Patané, del Pd, o Tredicine e Gramazio per Forza Italia) e a una serie di personaggi minori, le cui facce non avreste riconosciuto al debutto in tribunale (e non solo perché smagrite): militanti dei partiti che lavoravano con Buzzi o impegnati comunali.

Buzzi e Carminati sono accusati da Pignatone di essere a capo di «un’associazione a delinquere di stampo mafioso». Ecco perché Carminati si dice offeso. Il procuratore capo di Roma parla di un «ramificato sistema corruttivo» per l’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal comune di Roma e dalle aziende municipalizzate. Nelle aree verdi romane regna l’incuria: questo processo è dunque una possibile risposta.

E se Luca Odevaine dice «a Roma non c’è un sistema mafioso che gestisce la città. Io non c’entro nulla con Carminati, affronto serenamente questo processo dopo un percorso che mi ha portato a collaborare con i magistrati», è bene ricordare che quanto invece sostenuto da Pignatone: «Nella capitale non c’è un’unica organizzazione mafiosa a controllare la città, ma ce ne sono diverse. Oggi abbiamo individuato quella che abbiamo chiamato Mafia capitale, romana e originale, senza legami con altre organizzazioni meridionali, di cui però usa il metodo mafioso».

Per fare luce sui fatti, molte saranno le testimonianze interessanti, che arriveranno nelle prossime settimane. Tra queste quella di due ex sindaci, Ignazio Marino e Gianni Alemanno. Parleranno anche Gianni Letta e l’attuale ministro, già capo delle cooperative, Giuliano Poletti.

   @LeftAvvenimenti

 

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