Negli anni 50 i minori finiti dietro le sbarre di una prigione erano 7500, nel 1975 si sono ridotti a 800 e infine oggi sono 449, comprendendo anche i giovani adulti fino a 25 anni. Dunque c’è stato un miglioramento, una progressiva decarcerizzazione, grazie anche al Codice di procedura minorile del 1988. Ma l’obiettivo di togliere i ragazzi dalle carceri non è stato ancora raggiunto. Anzi. Bisogna arrivare a una legge che determini un nuovo ordinamento giudiziario per i giovanissimi autori di reato. È quanto emerge dal terzo Rapporto Antigone sugli istituti penali per minori (Ipm), redatto a cura di Susanna Marietti con la collaborazione dell’Isfol e che viene presentato oggi. Un viaggio nei sedici penitenziari italiani, molto spesso strutture non adeguate a ospitare minori, talvolta vicino alle prigioni per adulti e spesso in luoghi lontani dai centri, con operatori non formati al compito che li attende. Perché come scrive Susanna Marietti «L’obiettivo riformatore deve essere quello di trasformare la vita quotidiana negli istituti penali per minorenni in qualcosa di sempre meno simile alla vita nelle carceri e piuttosto assimilabile a quanto accade in quei luoghi aventi un’esclusiva mission educativa».

Chi sono i minorenni in carcere

Secondo i dati del Rapporto nel 2015 sono 449 i giovanissimi reclusi di cui 410 maschi e 39 femmine. Si è verificato un aumento rispetto al 2014 (il numero totale era di 362 detenuti), per via dell’entrata in vigore del decreto legge n.92 del giugno 2014 che ha prorogato la permanenza negli Ipm degli autori di reati minorenni fino al compimento del 25esimo anno di età.

Sostanzialmente il numero totale dei minorenni incarcerati è rimasto lo stesso dal 1998. La percentuale tra italiani e stranieri è più o meno la stessa. Solo che, come fa osservare Alessio Scandurra nel Rapporto Antigone, i minori stranieri sono più penalizzati rispetto agli italiani. I primi commettono reati meno gravi ma «quando una misura cautelare si rende necessaria, il carcere è per gli stranieri più probabile che per gli italiani».

C’è una differenza anche per quanto riguarda l’istituto di messa alla prova, che è molto importante perché inserisce i ragazzi in una comunità e se tutto poi procede nel verso giusto, si può arrivare all’estinzione del reato. Ebbene, soltanto il 17 per cento dei minori stranieri ne usufruisce. Come spiega Scadurra, la messa alla prova nell’80 per cento dei casi ha avuto nel 2014 un esito positivo (i casi erano 3.261). Peccato che riguardi quasi esclusivamente gli italiani.

Differenze tra Nord e Sud

Negli istituti del nord e del centro sono pochissimi i ragazzi italiani, che spesso – si legge nel Rapporto – sono peraltro trasferiti dagli istituti del sud. «Al contrario negli Ipm del sud e delle isole si trovano pochissimi stranieri, anche questi spesso trasferiti dagli istituti sovraffollati del nord». Gli italiani appartengono quasi tutti alle regioni di provenienza. La conclusione di Scandurra è desolante: negli istituti di pena minorili «ci sono praticamente solo stranieri, rom e i ragazzi provenienti dalle periferie degradate delle grandi città del sud». L’alternativa alla detenzione vediamo che non si verifica per alcune categorie di minorenni appartenenti alle fasce sociali più disagiate.

 

La nuova legge

«Dalla primavera 2015 è in discussione alla Camera dei Deputati una proposta di legge delega di riforma del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario», scrive Susanna Marietti. Uno dei punti della legge delega riguarda proprio una serie di norme per i minorenni e per i giovani adulti. «Si tratta dunque di non limitarsi a modificare una o più norme della legge del 1975 per adattarle alle esigenze educative dei minori d’età, ma di rivedere l’intero ordinamento penitenziario, approvandone uno del tutto nuovo governato da una diversa filosofia di intervento». Perché solo così si può impedire la recidiva e recuperare giovanissimi che hanno alle spalle situazioni di forte disagio familiare, economico e sociale. Il 30 per cento dei minorenni detenuti – si legge nel Rapporto – è in cura psicofarmacologica e psichiatrica. La dimostrazione che punire e rinchiudere in certi casi può solo aggravare una condizione personale già di partenza difficile.

 

Il viaggio negli istituti penali per minori

Nel Rapporto di Antigone viene messo in evidenza uno dei tanti aspetti su cui intervenire: la riqualificazione edilizia. Si tratta di edifici obsoleti e non adatti per la nuova mission che dovrebbero avere gli Ipm. Ecco alcuni esempi: Catania è nata fin dall’inizio per ospitare un carcere ed è vicino alla casa circondariale degli adulti. Come avviene a Bari mentre Cagliari addirittura venne pensato come carcere di massima sicurezza per gli adulti. Al Nord le cose non migliorano perché Treviso è in parte carcere per gli adulti. Mancano poi spazi ampi al chiuso o all’aperto come a Bologna e a Potenza. A Catanzaro l’edificio risale agli anni 30. Mancano anche luoghi per praticare sport e Internet è completamente assente. La forte presenza di minori stranieri richiederebbe poi una presenza di operatori in grado di parlare lingue straniere. «L’organizzazione deve tenere conto delle necessità linguistiche, culturali, sociali, familiari, economiche di ragazzi non italiani. Purtroppo la presenza di interpreti, traduttori e mediatori culturali è minima, del tutto insufficiente. Lo staff penitenziario non colma le lacune di comunicazione. Pochi conoscono l’inglese e il francese. Nessuno, com’è ovvio, l’arabo». E tutto questo non aiuta certo il minore a reinserirsi poi nella società, una volta scontato il suo reato.

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