«Il gioco della destra lo fa chi fa la destra con il jobs act, con l’Italicum, con la riforma del Senato e della Rai». Difficile dar torto a Stefano Fassina, che così ha aperto la mattinata, a Roma, che ha visto nascere il nuovo gruppo parlamentare della sinistra, Sinistra italiana, un gruppo che si vorrebbe unitario ma che unitario ancora – fino in fondo – non è. Dicevamo, difficile da torto a Stefano Fassina, anche se molti commentatori si soffermano sulla stranezza di un’assemblea di sinistra dove viene citato – e criticato, indicato come avversario – più volte Renzi e mai Berlusconi.
 
Sono però le parole con cui lo stesso Renzi “saluta” il varo del nuovo gruppo parlamentare, a certificare il livello di scontro, la distanza. Renzi commenta rilanciando su twitter il discorso fatto qualche giorno prima ai parlamentari. In quell’occasione disse: «A sinistra l’operazione che stanno tentando alcuni nostri anche ex compagni di viaggio è secondo me intrisa di ideologismo. La rispetto, ma fa a pugni con la realtà. L’obiettivo della politica è fare i conti con la realtà, non confondere la realtà per ciò che non è. Il loro non è progetto politico, ma delirio onirico». Tra i renziani abbondano commenti irriverenti e sarcastici, sull’età della platea (non bassissima, in effetti), e sulla supposta vocazione alla sconfitta. Orfini si concentra su una battuta, perfetta per le agenzie, ma certo non centrale nell’intervento di Fassina – molto economico e un po’ anche da possibile candidato su Roma: «Happy days era bellissimo. E divertente. Come deve essere la sinistra», dice il presidente del Pd e commissario romano, indossato il giubbotto di pelle di Renzi.
 

Fuori dalla polemica, però, è meglio fare un punto sullo stato dell’arte della sinistra. Per evitare di farsi illusioni, anche, perché al Quirino è andata bene (meno per la gente rimasta fuori dal teatro pieno, ma anche quello è un buon segno), ma non benissimo. Si è annunciato che Joseph Stiglitz sarà il consulente economico del gruppo, ma non c’era Civati, ad esempio, come noto.
 
Questo perché Sinistra italiana è il varo del gruppo parlamentare, gruppo parlamentare che per Civati non può precedere il concretizzarsi di un processo unitario sui territori. Anche qui – un po’ come con i renziani – abbondano i distinguo piccati dei civatiani, lasciati in rete. Lo stesso Civati, intervistato dal Corriere ha voluto distinguersi dicendo «Collaborerò sempre con grande disponibilità. Ma quella platea non è la mia. C’era un ceto molto politicizzato, c’era molto Pd in transito. Noi invece lanciamo la sfida a generazioni diverse». Disponibilità, e stoccata, come se poi non fosse anche lui – e non solo D’Attorre o Fassina – Pd in transito. «I gruppi parlamentari sono a servizio del processo unitario», prova invece a spiegare ancora Alfredo D’Attorre, senza successo. Anzi, servono proprio «per dare subito un luogo capace di attrarre chi è in sofferenza, nel Pd o altrove, in queste ore», dice a Left. E un po’ funziona: «Non riconosco molte facce», dice una vecchia militante di Sel, «in platea, seduti, ci sono molti iscritti del Pd».
Tutto sta, dunque, a capire come procede il resto, visto che Sinistra italiana è solo un primo passo, e neanche risolutivo.
Sabato 14, in edicola, vi aggiorneremo nei dettagli. Ma qualcosa si muove. La rottura con il Pd si sta concretizzando in tutti i territori interessati dalle prossime amministrative (e la rottura ovunque è un altro dei paletti posti da Civati). Se è vero che Sel a Milano ha firmato le primarie (dettaglio subito rinfacciato dai civatiani: «E saremmo noi quelli non unitari?», polemizza Cosseddu), è vero anche che la candidatura di Sala rappresenta poi una via di fuga. A Bologna la frattura con Merola è ormai profonda, e Sel ha deciso ufficialmente di rompere (anche se con qualche malumore in città). A Roma solo la candidatura di Tocci dentro le primarie del Pd potrebbe tentare, ma è improbabile. Un documento condiviso e partorito da un tavolo unitario indica persino una data per l’avvio della costituente: 15, 16 e 17 gennaio. Se tutto va bene, ovviamente.

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