È deciso: chi compra prodotti israeliani provenienti dai territori occupati illegalmente d’ora in poi sarà cosciente del suo acquisto. La Commissione europea ha infatti approvato le nuove linea guida per la tracciabilità delle merci derivanti dagli insediamenti in Palestina, e non più, com’era fino adesso, in Israele. Un obbligo che copre l’intera filiera: dal produttore all’importatore, fino al dettagliante. L’unica cosa che può variare, a discrezione di ciascun Paese, è la dicitura adottate, purché sia chiaro che si “di provenienza da insediamenti”. La norma sarà pubblicata immediatamente sulla Gazzetta Ufficiale della Ue e sarà subito operativa.

Alla base, il riconoscimento del fatto che questi territori, essendo – secondo il diritto internazionale – occupati illegalmente, non sono riconosciuti a livello europeo. Oltre al fatto che, in generale, e sempre stando alle norme europee, l’etichettatura con l’indicazione d’origine è obbligatoria per tutti i prodotti agricoli e per i cosmetici.

«Non si tratta di nuovi obblighi, ma del chiarimento necessario per uniformare l’applicazione nei 28 Paesi Ue», e soprattutto: «È una misura tecnica, non politica», ha dovuto immediatamente specificare Bruxelles, per rispondere all’ira funesta del premier Benjamin Netanyahu, che dagli Stati Uniti tuona: «L’Europa dovrebbe vergognarsi». Il governo israeliano ha bollato la decisione come «inaccettabile discriminazione», e ha poi deciso di sospendere alcuni «dialoghi diplomatici» con l’Ue, su «temi politici e diritti umani», e per bocca del suo ministro degli esteri ha poi fatto sapere che con questa mossa, l’Unione Europea non «farà avanzare il processo di pace, al contrario potrebbero rafforzare il rifiuto dei palestinesi a tenere negoziati diretti con Israele». Come a dire, “insomma, è colpa vostra se i palestinesi non vogliono sottostare alle nostre regole, che invece vorremmo la pace”. Un’uscita a dir poco contraddittoria della realtà dei fatti, soprattutto considerando che l’Unione ha più volte sostenuto che la permanenza di insediamenti e colonie in territori palestinesi ostacola, di fatto, proprio il processo di pace in Medio Oriente.

A ruota, è arrivato l’appello di Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) al ministro degli Esteri Federica Mogherini, secondo il quale questa misura rischia di fomentare estremismi e «odio» verso lo Stato di Israele, chiedendole di «adoperarsi nei modi più opportuni ed efficaci per risolvere questa spiacevole e pericolosa situazione».

Di parere inevitabilmente opposto Nabil Shaath, esponente del movimento palestinese Fatah, che giudica il procedimento della Commissione «in linea con le posizioni dell’Ue, che cerca di trovare strumenti per fare pressione su Israele, in particolare sulla questione degli insediamenti, che considera distruttivi per il processo di pace».

Più di 550 israeliani, tra cui l’ex portavoce Knesset Avraham Burg e politologo Zeev Sternhell, ha pubblicato una petizione a sostegno della decisione dell’Ue, sostenendo che la distinzione tra Israele e gli insediamenti è un «passo che potrebbe contribuire alla promozione di un accordo di pace e che rafforzerà lo stato di Israele nel mondo e minerà i tentativi di delegittimarlo». Altri intellettuali israeliani sostengono invece che la misura europea rischia di rafforzare l’occupazione e dare più determinazione a coloni e destra israeliana.

In generale, il volume del commercio tra Ue ed Israele è di circa 30 miliardi di euro l’anno, un terzo del quale è costituito dall’export verso il Continente di cui, stando alle cifre pubblicate dalla Commissione, il valore del commercio con l’Europa di prodotti dei territori occupati rappresenta meno dello 0,5%, l’equivalente di 154 milioni di euro nel 2014.

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