Matteo Renzi erige una barriera di protezione attorno a Vincenzo De Luca: la magistratura faccia il suo lavoro, ma intanto il governatore della Campania «ha la titolarità, il diritto e il dovere di governare quella terra. Siamo assolutamente certi che il mandato sia pieno e quindi De Luca lavori se capace». Caso chiuso, dunque, almeno per il capo dell’Esecutivo. Ma i dubbi, non solo di natura politica, restano eccome di fronte a un’inchiesta complessa e con risvolti opachi. Ma qualche punto fermo c’è nell’indagine che coinvolge il governatore della Campania Vincenzo De Luca e parte del suo “cerchio magico”. Vediamo quale.

Dagli atti si evince che l’avvocato Guglielmo Manna, manager dell’ospedale Santobono e marito del magistrato Anna Scognamiglio – relatrice del provvedimento che ha “sospeso la sospensione” di De Luca in base alla legge Severino -, ha tentato di approfittare del ruolo della moglie per ottenere un incarico dirigenziale nella sanità regionale. «Io non farò il direttore generale, ma lui perde la Regione»: avrebbe detto Manna, relazionandosi – per avere l’incarico in cambio di presunte agevolazioni – con il braccio destro di De Luca, Nello Mastursi, dimessosi prima che l’indagine fosse di dominio pubblico.

Oggi De Luca – indagato per corruzione per induzione con, tra gli altri, Mastursi, Manna, Scognamiglio e Giuseppe Vetrano (organizzatore della lista “Campania libera” in Irpinia) – spiega che quello di Mastursi «sicuramente è stato un comportamento sbagliato ed infatti non c’è più». Ma al momento delle sue dimissioni, il presidente della giunta regionale campana aveva avallato la tesi dei «motivi personali», minimizzando e spiegando che il suo collaboratore «faceva fatica a reggere il doppio lavoro, quello di segreteria – qui non si respira – e il lavoro di responsabile dell’organizzazione del Pd alla vigilia di una campagna amministrativa impegnativa». Oggi, di fronte alle accuse, De Luca annuncia ritorsioni a suon di «olio bollente» ai danni dei suoi accusatori e si dichiara parte lesa.

Ma al di là degli esiti delle indagini, resta a suo carico l’accusa di aver nascosto di essere a conoscenza delle indagini e di aver mentito rispetto al vero motivo delle dimissioni di Mastursi. Già prima che il suo braccio destro lasciasse, infatti, De Luca chiedeva ai magistrati di essere ascoltato. «Una bugia che ha indubitabilmente un enorme rilievo politico» commenta il consigliere regionale M5s Vincenzo Viglione. «Abbiamo chiesto un consiglio straordinario, perché De Luca deve riferire in aula su questa vicenda. Riteniamo che in queste condizioni non si può legiferare su proposte di legge provenienti dalla giunta e su questioni rilevanti come il riordino del servizio idrico o la riforma dello statuto regionale».

Come confermano le parole del presidente del Consiglio, l’affaire De Luca non si ferma alle porte di Palazzo Santa Lucia. Fin dall’inizio della vicenda, era chiaro che la sua permanenza alla guida della Regione Campania dipendeva direttamente dalle scelte di Matteo Renzi. Entrambe le maggioranze, quella parlamentare e quella campana, sono appese al filo tessuto da Denis Verdini e dai suoi. I “responsabili” verdiniani avrebbero potuto mettere a repentaglio la permanenza di Renzi a Palazzo Chigi se quest’ultimo avesse scelto di staccare la spina al governatore campano, di cui sono alleati.

Ecco perché il premier – dopo un paio di giorni di travaglio interno al partito – ha tagliato corto («Non mi muovo di una virgola») confermando la fiducia a governatore: «Se c’è una persona capace di governare la Campania con la Terra di Fuochi e Bagnoli è De Luca», al quale arriveranno – annunci ali premier dopo il Consiglio dei ministri – 150 milioni per la Terra dei fuochi. Non c’è più bisogno, dunque, si arrampicarsi sugli specchi per individuare dei distinguo rispetto al caso degli scontrini e delle dimissioni di Ignazio Marino a Roma. Il premier segretario ha parlato. Ora resta soltanto da capire se la vicenda provocherà qualche reazione interna o nuovi fuoriusciti e, a livello regionale, che ne sarà della segreteria campana del Pd guidata da Assunta Tartaglione, sotto accusa per aver subito gli impresentabili e aver ceduto su tutta la linea a De Luca.

Ma resta un fatto: l’indagine e le accuse di aver mentito, nel caso dell’ex sindaco sceriffo di Salerno assumono un significato politico ancor più rilevante, spiega il consigliere Viglione: «Ha improntato il suo mandato alla logica dell’uomo solo al comando, ha fatto arrivare in aula una riforma dello statuto che esautora il Consiglio e accentra i poteri nelle sue mani ergendosi ad alfiere della legalità. Ora si scopre che ha mentito ai cittadini campani. Aspettiamo l’esito delle indagini prima di esprimere giudizi definitivi – prosegue l’esponente del Movimento Cinquestelle -, ma quello politico è chiaro: De Luca ha detto una bugia e probabilmente ha omesso di denunciare un ricatto subito: non può più guidare la Regione».

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