«I molti problemi del nostro territorio, come il dissesto idrogeologico, i giovani, il lavoro, non hanno bisogno di divisione, ma hanno bisogno di unità. Dobbiamo lottare con forza e tutti insieme per sconfiggere chi marcia contro. E allora la speranza siamo tutti noi, vecchi e giovani. Per dare insieme una speranza a questa Calabria abbandonata da tutti». Queste parole, decisamente attuali, sono state le ultime pronunciate da Franco Nisticò sul palco di Cannitello, a Villa San Giovanni (Rc) il 19 dicembre 2009. L’attivista NoPonte e presidente del comitato per la Statale 106, la strada della morte, ripeteva instancabile: «Vogliamo l’essenziale». Ma alla fine del suo intervento, Franco non fa in tempo nemmeno a scendere e si accascia sugli assi del palco. Seguono minuti lunghi, un’eternità, mentre migliaia di persone giunte da tutt’Italia per la manifestazione nazionale contro il Ponte sullo Stretto cercavano di capire cosa stesse succedendo. Nessun soccorso, nessun intervento, nessuna ambulanza arrivata sul posto. Nella cittadina blindata e affollata da uomini delle forze dell’ordine, nessuno è in grado di soccorrere Franco. Che protestava contro il Ponte, inutile e dannoso. Che chiedeva l’essenziale e ha trovato la negligenza. E adesso lo dice anche il Tribunale di Reggio Calabria.

Sei anni, un processo e trenta udienze dopo, il collegio giudicante (il presidente Natina Pratticò e i giudici a latere Mattia Fiorentini e Giorgia Castriota) ha condannato la dottoressa del Suem 118 reggino Gaetana Morace, che il 19 dicembre 2009 si rifiutò di intervenire in soccorso di Franco Nisticò, colpito da un arresto cardiaco. Unica imputata nel processo, è stata riconosciuta colpevole dei reati di omicidio colposo e di rifiuto di atti d’ufficio, condannata a 2 anni di reclusione (anche se la pena è sospesa con condizionale), e interdetta dai pubblici uffici per l’intera durata della condanna. Così recita il dispositivo letto martedì 10 novembre, presso il Cedir di Reggio Calabria.

In sostanza, il medico – che al momento del malore del Nisticò si trovava, a bordo dell’ambulanza “Riva 4”, di tipo A (l’unica dotata di defibrillatore), a circa tre chilometri di distanza, in viale Italia, nei pressi della stazione ferroviaria di Villa San Giovanni – era accusato di aver causato il decesso per colpa dovuta a negligenza.

Negligenza consistente, in particolare – chiarisce il dispositivo della sentenza -, «nel rifiutarsi, benché tempestivamente e ripetutamente richiesta – dal vigile urbano del Comune di Villa San Giovanni, Fortunata Greco, e altresì, del comandante del Corpo di Polizia municipale, Donatella Canale – di intervenire urgentemente con la citata ambulanza, in località Cannitello, presso piazza Chiesa, dove vi era una persona colta da malore (Francesco Nisticò, in arresto cardiaco) affermando loro che “non intendeva prendere disposizioni dal Comandante della Polizia locale” e che “comunque, non sarebbe intervenuta, perché bisognava chiamare il 118 di Scilla», nonché «nel rifiutarsi, con la citata condotta, di eseguire comunque un intervento di pronto soccorso, omettendo di effettuare, pertanto, con urgenza, l’unica manovra rianimatoria efficace per consentire la ripresa dell’attività cardiaca del Nisticò, costituita dalla defibrillazione, ed allontanandosi, successivamente, da Villa San Giovanni, per fare rientro a Reggio Calabria, abbandonandovi il Nisticò».

«È una soddisfazione per noi», hanno detto a Left i familiari di Nisticò. Anche se «tutto ciò lascia un forte amaro in bocca, aumenta la rabbia (anche perché dimostra che il sistema sanitario pubblico italiano accusa delle grosse problematiche al suo interno) e la consapevolezza che quel giorno, – cosa da noi detta fin da subito – col giusto, immediato e adeguato soccorso, Franco si sarebbe potuto salvare».

«Il 19 dicembre del 2009», proseguono, «sul palco della manifestazione “NO PONTE” si è forse esaurita una battaglia personale di Franco Nisticò, ma non si mai spenta la sua passione, non sono mai morti i suoi ideali. Da lì sono nate tante altre importanti battaglie politiche, sociali e civili a difesa e salvaguardia del territorio, per i diritti delle popolazioni del Sud».

Franco, militante instancabile, per tutta la vita si è battuto per la messa in sicurezza della SS106, la strada della morte che semina più di 300 vittime l’anno. Ed è stato anche sindaco di Badolato. Oggi a raccogliere la sua eredità non è solo la sua famiglia, ma anche un movimento regionale, il Movimento per la Difesa del Territorio “Franco Nisticò”. E il processo di primo grado per la sua morte si chiude proprio mentre il premier Renzi rimette in pista il Ponte, a pochi giorni dall’ondata di maltempo del primo weekend di novembre. La storia di Nisticò rappresenta in pieno le due battaglie: contro il Ponte e e per la messa in sicurezza della 106 ionica.

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