Vengo a scrivere al Bistrot 55, all’angolo tra il Boulevard Richard Lenoir (eh sì, sempre lui, luogo prossimo all’attentato a Charlie Hebdo di qualche mese fa) e Rue Saint-Sébastien, a pochi passi dal Bataclan. È un bistrot molto accogliente dove due ragazze bionde, sempre sorridenti, fanno un caffè decente. Intorno a me ci sono molti giornalisti, ho appena attraversato una distesa di fiori e candele e chitarre e messaggi e fotografie dove la gente continua a sfilare, a piangere, a pregare. Mi vengono i brividi a pensare a quello che è successo ma è come se una parte di me non riuscisse ancora a crederci, non volesse crederci.

Il Bistrot 55 assomiglia agli altri bistrot che sono stati colpiti venerdì notte e incarna l’anima di questo quartiere. L’11e arrondissement è un quartiere “borghese, progressista e cosmopolita” come lo definisce Libération che ha dedicato un intero numero alla “génération Bataclan”: una generazione di venti e trentenni aperti, acculturati, spesso con lavori creativi e precari, che hanno voglia di uscire, bere, divertirsi e si mischiano tra loro e con gli altri. Nel quartiere ci sono librerie, moschee, sinagoghe, negozi di vestiti cinesi, boutique alla moda, ristoranti italiani, vietnamiti, bar pachistani, pasticcerie arabe, macellerie kosher e cafés con terrasses sempre piene dove l’appartenenza religiosa e culturale appare come una categoria marginale, quasi anacronistica. Le scuole ne sono la dimostrazione: in certe classi quasi la metà degli alunni ha origini straniere e andare al catechismo è esotico come fare il ramadan. È questo che i terroristi vogliono attaccare, oltre all’edonismo capitalistico che ci rende tutti “figli di satana”: una società multietnica, stratificata, libera e un po’ spensierata, che stride con le banlieues dove le identità sono ben più marcate e la vita è assai meno piacevole. Molti dei terroristi che hanno attaccato Parigi venerdì sera erano francesi e appartengono alla stessa generazione anagrafica di coloro che hanno barbaramente ucciso.

In questo momento mi sembra che ciò che dovremmo difendere è la nostra identità di europei. L’Europa, oggi così fragile, è quel tentativo seppure parziale, difettoso, pieno di lacune e di imperfezioni di costruire una società più aperta e democratica, dove circolare liberamente, coltivare la cultura in tutte le sue forme e accogliere gli altri nei limiti del possibile. Ahimè, la classe politica che attualmente ci governa non sembra all’altezza di questo compito. Eppure rinunciare a questa grande utopia sarebbe l’errore più grave. Per questo dobbiamo continuare a leggere, scrivere, viaggiare, andare al cinema, al teatro, a sentire la musica, vedere la danza e poi chiacchierare, discutere, litigare intorno a un bicchiere di vino, alla terrasse del nostro caffè di quartiere.

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