Scene di guerriglia a Saint-Denis, al nord di Parigi. Alle 4.30 del mattino le forze speciali di polizia lanciano l’assalto a un appartamento dove dovrebbero trovarsi dei terroristi. Una donna si fa saltare in aria, un uomo viene ucciso, altri 7 sono in fermo, ci sono dei feriti tra la polizia. Questa reazione rapida sembra molto più pertinente della scelta di andare a bombardare la Siria in nome di principi discutibili, interessi, alleanze e con modalità ormai completamente superate dalla storia, che ne ha dimostrato la crudeltà, l’ambiguità,  l’inefficienza e gli effetti perversi negli ultimi venticinque anni.

Il mio pensiero di oggi va ai musulmani di Francia e a quelli che scappano dai loro paesi in fiamme. I primi sono molto spaventati da quello che in francese si chiama “amalgame”, quel meccanismo infido e facilmente strumentalizzabile, che fa della parte un tutto. Forse è presto per dirlo, ma quello che sta succedendo è un movimento contrario a quello che ci si aspetterebbe. Questi attentati hanno dimostrato che siamo tutti esposti, vulnerabili, sono morte due sorelle musulmane al Bataclan, il proprietario di uno dei bistrot dove ci sono state più vittime, “Il Carillon”, è algerino, tutti lo conoscono nel quartiere. Comincia a farsi strada l’idea che le prime vittime di questi islamisti indottrinati siano proprio loro: i musulmani. Mi torna alla mente quella scena memorabile del film di Abderrahmane Sissako “Timbuctu” (2014) nella quale dei ragazzi per sfuggire alle persecuzioni dei jihadisti giocano a calcio senza pallone. Poi penso a quanto può essere triste la vita di giovani uomini che non passeranno mai la domenica (o il venerdì) al bar a guardarsi insieme una partita bevendo una birretta (anche analcolica). O forse lo fanno di nascosto, ed è ancora peggio.

L’altro pensiero è per i rifugiati. Le Front National ha dichiarato che le frontiere devono essere chiuse. Hollande ha proposto una modifica della costituzione in chiave securitaria. Il rischio è che la fortezza Europa alzi ulteriormente i suoi muri, continuando a ignorare i suoi mari. Che ne sarà di tutte queste persone disperate, in fuga, che non possiedono più nulla se non la speranza di poter ricominciare a vivere umanamente? Non saranno forse destinate a vivere senza alcuna prospettiva, nel degrado di quella terra di nessuno che sono i campi profughi? Allora sì che odieranno e si radicalizzeranno e cercheranno vendetta. È una maledetta trappola nella quale i terroristi vogliono far cadere l’Europa. La nostra sicurezza passa anche attraverso l’integrazione, lo scambio, l’accoglienza. Non attraverso l’odio, l’esclusione, il trinceramento, la clandestinità.

“Fluctuat nec mergitur” è il motto della città di Parigi e alludeva alle numerose inondazioni subite dalla città agli albori della sua storia. Ora compare sulle vetrine dei negozi, all’ingresso delle biblioteche, sui portoni delle case e a caratteri cubitali in Place de la République. È bella questa idea di una nave sommersa dai flutti che riesce a rimanere a galla. Vorrei che valesse per noi e per tutti quelli che si mettono in mare sognando un mondo migliore.

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