«Sua figlia era troppo agitata, signora. Sa com’è, è inutile che continuiate a cercarla: è sepolta sotto due metri di terra. Pregate per lei o dimenticatela». Con queste parole di ghiaccio un insignificante agente di polizia informò Francisca Erize che sua figlia Marie Anne era morta.

Erano passate settimane dalla sua improvvisa scomparsa. Da subito la madre aveva vagato in ospedali, chiese, commissariati per avere sue notizie, ottenendo in cambio solo un infastidito silenzio. Poi un giorno fu trovata la bicicletta su cui la ragazza era stata vista in giro per l’ultima volta. Qualcuno allora raccontò che era stata portata via di peso da tre sconosciuti, e la polizia non poté più negare.

Marie Anne Erize aveva 24 anni quando fu sequestrata da tre uomini il 15 ottobre 1976 dalle parti di Plaza de Mayo a San Juan, capoluogo dell’omonima provincia argentina (nord-ovest di Buenos Aires). Di lei non si saprà più nulla e ancora oggi figura nell’elenco dei circa 30mila desaparecidos della “guerra sporca” che ha devastato l’Argentina durante i sette anni di dittatura civico-militare (1976-1983). La sua colpa consisteva nell’essere una militante di Montoneros, la formazione della estrema sinistra peronista molto attiva nei licei e nelle università che si opponeva anche con le armi alle imposizioni del regime. Ma Marie Anne non partecipò mai alla lotta armata. A questa bella ragazza di origini francesi con un passato da modella interessava solo l’aspetto sociale della resistenza. E portava il suo impegno civile nei quartieri poveri e in periferia in sella alla sua bicicletta incurante dei rischi.  

Sapeva bene che questo per i militari significava essere comunisti e sovversivi e che da tempo una intera generazione di suoi coetanei, professori universitari e liceali, sindacalisti, artisti, guerriglieri, attivisti politici di sinistra e per i diritti umani, stava letteralmente scomparendo. Come poi è accaduto anche a Marie Anne, uomini e donne venivano prelevati a forza, anche in strada in pieno giorno, dalle patotas, veri e propri commandos appartenenti ai diversi corpi dell’esercito e della polizia, ma che solitamente agivano in borghese e a volto coperto. È questa la forma predominante attraverso cui si esercitava la repressione che faceva da preludio alla sparizione forzata e definitiva dei prigionieri in fosse comuni o nel Rio de la Plata attraverso i cosiddetti “voli della morte”. Non prima però di essere passati nei famigerati centri clandestini di detenzione, dove venivano inflitte le torture più feroci. In questi lager lo stupro nei confronti delle donne da parte dei loro carcerieri era una pratica ordinaria.

Sequestri, abusi, torture e sparizioni in Argentina rientravano, come il furto dei neonati alle prigioniere, nel Programma di riorganizzazione nazionale varato dalla giunta militare guidata da Videla e Massera. A sua volta l’operazione di sterminio delle opposizioni e di rieducazione dei sopravvissuti, già iniziata ben prima del golpe del 24 marzo 1976, era in diretta connessione con il Piano Condor. Questo accordo inizialmente segreto era stato siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile esattamente 40 anni fa, il 25 novembre 1975. Nell’“atto di nascita” del Piano, ritrovato dall’avvocato Martin Almada in Paraguay nel 1992, c’è scritto che si trattava di un’operazione militare organizzata in collaborazione tra le polizie dei paesi del Cono Sur – Brasile, Bolivia, Uruguay, Paraguay, Cile, Perú, Argentina – con lo scopo di «salvare la civiltà cristiana e occidentale dalla morsa del comunismo» e di aprire le porte al neoliberismo di matrice Usa.

Dopo la fine della dittatura nel 1983, la commissione Conadep incaricata dal presidente Alfonsin di investigare sul destino delle persone scomparse, grazie alle testimonianze raccolte, identificò i responsabili dell’omicidio di Marie Anne: il generale Luciano Benjamin Menendez, il maggiore dell’esercito Jorge Olivera ed Eduardo Vic. I tre furono accusati di crimini contro l’umanità. In particolare è emerso che Olivera si vantò di come lui, i suoi soldati ed il suo superiore, il colonnello Eduardo Cardoso, avessero ripetutamente violentato Marie Anne durante i pochi giorni che decisero di tenerla in vita durante la prigionia. Lo ha confermato successivamente Margarita Camus, una ex detenuta della dittatura poi dirigente dell’Assemblea permanente dei diritti umani (Apdh). La Camus, docente universitaria e avvocato, trascorse cinque anni in carcere come militante della Gioventu peronista. Un soldato di leva, Jorge Bonil, le raccontò che «Olivera e Cardozo si vantavano di aver violentato la ragazza prima di assassinarla». Anche Bonil è stato sequestrato. Accadde poco prima di congedarsi dal servizio militare, di cui non ne poteva più, e da allora risulta scomparso (1977).

A Marie Anne Erize è oggi intitolato il centro anti violenza di Tor Bella Monaca a Roma, un avamposto a tutela dei diritti e dell’incolumità delle donne in una delle più problematiche periferie della Capitale. A Parigi la chiamerebbero “banlieu”, all’epoca sarebbe stato molto probabilmente uno di quei posti che lei avrebbe girato in bicicletta cercando di dare una mano a chi aveva bisogno. Ma non è questo l’unico legame tra la sua tragica vicenda e l’Italia.

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(La giunta militare argentina, si riconoscono Massera, Videla – al centro – e Agosti; in basso la prima di Pagina12, il quotidiano della sinistra argentina, il giorno della condanna per Videla)

Il 6 agosto del 2000, il suo stupratore nonché principale imputato dell’omicidio, l’ex maggiore Jorge Olivera, fu catturato a Roma mentre festeggiava le nozze d’argento con la moglie. Su di lui pendeva un mandato d’arresto internazionale emesso dalla magistratura parigina per “sparizione e tortura” di cittadini francesi residenti in Sud America con doppio passaporto, sulla scia del provvedimento che nel 1998 aveva portato in cella in Spagna il dittatore cileno Augusto Pinochet, considerato responsabile della morte di migliaia di persone di origine spagnola.Dios-existe Ma Olivera rimase a Regina Coeli solo 44 giorni, dopo di che grazie a una svista molto sospetta di magistrati italiani riuscì a far passare per buono un certificato di morte di Marie Anne Erize arrivato via fax da San Juan, cosa che faceva cadere in prescrizione il reato di “sparizione” di cui era accusato (quello di tortura ancora oggi in Italia non è considerato tale). In realtà, si trattava di un documento falso poiché la ragazza era (ed è) nella lista dei desaparecidos ma quel trucco gli consentì di fare ritorno da uomo libero in Argentina evitando l’estradizione e il processo in Francia.

A Tor Bella Monaca, il centro antiviolenza di via Amico Aspertini ha rischiato di scomparire più volte per mancanza di fondi. La scorsa estate dopo un lungo periodo di chiusura del centro vi è stata inaugurata la biblioteca “Marie Anne Erize”. Questo polo culturale interamente aperto al pubblico con il patrocinio del VI Municipio di Roma e delle Ambasciate d’Argentina e di Francia vanta un patrimonio di oltre 3000 volumi, gran parte dei quali dedicati alla ricostruzione della verità riguardo i crimini compiuti dagli aguzzini del “Condor” sulle donne e non solo, in stretto legame, ancora esistente – all’ombra degli Usa di Kissinger, della P2 di Gelli, dei servizi “deviati” e dell’eversione nera italiana – tra una parte della nostra classe politica, la Chiesa cattolica e i gruppi politico-economici-militari argentini responsabili delle feroci repressioni di quel decennio.

Il termine ‘desaparecidos’ venne coniato nella sua tragica accezione nel 1978 dal generale golpista Jorge Videla quando, durante un’intervista televisiva, affermò impunemente: «No están ni vivos ni muertos, están desaparecidos». Queste stesse parole erano ripetute con insistenza dai torturatori agli internati nei centri clandestini di detenzione: «Voi qui non siete nulla» (vos aquí no sos nadie), «siete senza nome» (no tenés nombre), «non siete né vivi né morti» (no estás ni vivos ni muertos), «non esistete» (no existís).

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel giorno in cui cade anche il quarantennale della firma del patto criminale che in America Latina ha provocato uno dei più devastanti genocidi dell’era contemporanea, la memoria di Marie Anne Erize e di migliaia di giovani coraggiose, libere e vitali come lei, è viva più che mai.

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