Quei morti fanno meno notizia, creano meno sconforto nell’eurocentrismo del dolore, ma al di là dell’aspetto umano, quei morti danno conto di una verità che fa fatica a farsi strada in un Vecchio Continente che s’illude di ritrovare la propria sicurezza portando la guerra in un Medio Oriente in fiamme. La verità  che emerge dall’attentato di ieri a Tunisi contro un bus che trasportava guardie presidenziali (14 morti, 11 feriti) è che lo jihadismo targato Isis o al Qaeda ha anzitutto nel mirino quei Paesi islamici di frontiera, che hanno scommesso sulla possibilità di tenere insieme tradizione e modernità, attraverso un processo di secolarizzazione che s’invera in istituzioni plurali.

È il modello tunisino, quello che più fa paura ai fautori del Jihad globale, il corrispettivo islamista dei neocon americani che “armarono” ideologicamente le guerre in Iraq della dinastia Bush, imbracciando la teoria huntingtoniana dello “Scontro di civiltà”. La Tunisia va colpita, nell’ottica del “califfato”, perché ha rappresentato lo sviluppo, l’unico in attivo, di quelle istanze di libertà che furono a fondamento di quella “Primavera araba” che non a caso ebbe inizio proprio in Tunisia con la “rivoluzione dei gelsomini”. La Tunisia come laboratorio politico-culturale per l’intero Maghreb e il Vicino Oriente fa molto più paura, ai signori della guerra jihadista, dei missili russi o delle bombe francesi.

Per questo la Tunisia va messa in ginocchio, con l’arma del terrore, puntando anzitutto a colpire una delle fonti principali dell’economia del Paese nordafricano: il turismo. Ma ciò che più temono, i jihadisti, è una società plurale che si realizza nella normalità. La riposta del presidente Beji Caid Essebsi all’attentato di Tunisi  è il ripristino dello stato di emergenza per 30 giorni e il coprifuoco a partire dalle 21 alle 5 del mattino. Una scelta obbligata ma che se estesa nel tempo, favorirebbe i disegni dei jihadisti. Gli uomini dell’Isis sono già presenti nel Paese attraverso cellule dormienti capaci del peggio, avverte il ministro degli Esteri e la Tunisia ripiomba così nel terrore dopo le stragi jihadiste al Museo del Bardo e nel resort di Sousse: «Quello che sta accadendo in tutti i Paesi è più che doloroso, è devastante – dice Lajmi Saida, una residente di Tunisi  ai microfoni della Tv di Stato – Dobbiamo rimanere e aiutarci a vicenda. Tutti i Paesi devono essere veramente uniti per combattere contro il terrorismo».

Che la Tunisia faccia paura a coloro che predicano e praticano il Jihad globale,  è evidente nel lungo elenco degli attentati che hanno segnato il 2015 per. A marzo un commando terrorista ha assaltato il museo nazionale del Bardo, nella capitale, uccidendo 24 persone, tra cui 21 turisti (4 italiani) e ferendone altre 45. A giugno, tre uomini armati sono sbarcati sulla spiaggia di un resort turistico a Sousse, massacrando 39 persone e ferendone altre 38. In entrambi i casi, è arrivata la rivendicazione dell’Isis.

Ma quella tunisina è una democrazia giovane, non ancora consolidata pienamente. Ed è terra di contraddizioni: la libertà, certamente, è la cifra principale del suo presente, ma la Tunisia che prima del Bardo era considerato l’unica oasi di sicurezza nell’area, oggi è considerato il principale esportatore di jihadisti: almeno tremila tunisini sarebbero andati a combattere per l’Isis in Siria e Iraq.  Gli emissari del “Califfo” Abu Bakr a-Baghdadi pescano nelle sacche di emarginazione, soprattutto giovanile, presenti nel Paese, così come in una ricerca estrema di identità a cui Isis offre non solo una “missione superiore” in cui inverarsi, ma anche uno Stato su cui realizzare la visione jihadista. Difendere oggi la rivoluzione tunisina significa più cooperazione, riconoscimento, non solo come è avvenuto con l’assegnazione del Nobel per la pace 2015, dell’importanza della società civile e delle sue istanze organizzate nella formazione di una coscienza democratica. Significa più cultura e meno armi. L’esatto opposto di quello che l’Occidente sta facendo in quel campo di battaglia chiamato Medio Oriente.

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