Cinquantacinque persone rischiano di essere mandate a morte nei prissimi giorni in Arabia Saudita. Avete letto bene: 55. Questo è quanto hanno riportato diversi media filogovernativi nei giorni scorsi scrivendo che «terroristi di al-Qaeda e al-Awamiyya saranno messi a morte nei prossimi giorni».

Ora, a parte i dubbi sulla legittimità del procedimento penale in Arabia, il problema è che al Qaeda e Al Awamiyya sono due cose diverse: la prima è un’organizzazione terroristica, e i condannati avrebbero cercato di colpire con armi leggere alcune istituzioni (ma anche questo è da vedere), la seconda è una zona del Paese a maggioranza sciita della provincia dell’Arabia Saudita orientale dove si sono svolte manifestazioni di protesta nel 2011. All’epoca nell’area ci fu un movimento che chiedeva riforme e che chiede migliori condizioni di vita per la minoranza sciita.

Un movimento contiguo a quello emerso in Bahrein (più forte e duraturo) dove pure continuano le vuiolazioni dei diritti umani e le torture in carcere contro gli oppositori politici, come ha denunciato nei giorni scorsi Human Rights Watch. Sullo sfondo della repressione degli sciiti nella penisola araba la crescente tensione con l’Iran per il suo ruolo più attivo nella regione, la tensione in Siria, la guerra in Yemen.

Tra coloro che rischiano di venire uccisi ci sono anche sei persone che a detta di tutte le organizzazioni per i diritti umani, hanno subito un processo iniquo. Non solo, tra questi ci sono anche Ali al-Nimr (nella foto qui sopra), Abdullah al-Zaher e Hussein al-Marhoon, ancora minorenni e nel 2011 quasi bambini. A loro, si dice, la confessione è stata estorta con la tortura. Il loro destino sarebbe quello di essere decapitati e poi crocifissi (o se fortunati, solo fucilati). I loro casi hanno suscitato una campagna mondiale al momento dell’annuncio della condanna a morte.

Avendo avuto notizia di visite mediche ai loro figli – interpretate come un segnale dell’imminenza dell’esecuzione, cinque madri hanno scritto a re Salman chiedendo un atto di clemenza e un nuovo processo. Quattro dei 5 attivisti sono stati tenuti in isolamento in un’ala del carcere per condannati a morte, da quando sono stati trasferiti al carcere di al-Ha’ir a Riyadh a inizio ottobre.


 

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«Il macabro picco delle esecuzioni in Arabia Saudita quest’anno, sommato alla natura segreta e arbitraria delle decisioni giudiziarie e delle esecuzioni nel regno, non può che farci tenere in seria considerazione questi segnali pericolosi» ha dichiarato James Lynch, vice direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Queste esecuzioni non devono andare avanti e l’Arabia Saudita deve sollevare il velo di segretezza intorno ai casi di pena di morte, come parte di una revisione fondamentale del sistema di giustizia penale.» Non c’è solo Amnesty a protestare: un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e del Parlamento europeo ha chiesto all’Arabia Saudita di fermare l’esecuzione dello sceicco Ali al-Nimr, importante figura religiosa sciita locale. Il Ministro degli esteri britannico Philip Hammond ha dichiarato pubblicamente di non aspettarsi che Ali al-Nimr sarà messo a morte.

«La decapitazione o qualunque modalità di esecuzione di decine di persone in un solo giorno segnerebbe un’ulteriore discesa vertiginosa per l’Arabia Saudita, le cui autorità hanno continuato a mostrare impassibile cinismo e perfino disprezzo anche autorità e gente comune in tutto il mondo hanno contestato il loro sordido record sull’uso della pena di morte» ha concluso James Lynch.

L’Arabia Saudita avrebbe mandato a morte almeno 151 persone quest’anno. Non male per un Paese di 28 milioni di persone. Scriviamo avrebe perché non ci sono notizie certe e quel che sappiamo lo dobbiamo ai dati raccolti da Amnesty e altre organizzazioni per i diritti umani.

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