Come stai? Bene. “Tu come stai?”. Pausa. “Di che avete parlato oggi al giornale?”. Storie tristi. “Che storie?”. Storie tristi, ripeto. Spero non insista. “Quali?”, insiste. Di donne che lavorano nei campi e vengono sfruttate. “Di concentramento?”. No, non nei campi di concentramento. Nei campi dove si coltiva la frutta, la verdura. Sono straniere per la maggior parte e vengono fatte lavorare in condizioni assurde, spesso subiscono la violenza dei loro padroni, che si chiamano caporali. “Che violenze?” mi chiede e io non so se devo dire tutto o alleggerirle il peso di quel tutto. Provo, subiscono dei ricatti del tipo: vuoi lavorare? Allora devi stare con me. E devi lavorare a queste condizioni… Pausa. Mi guarda, forse dovevo filtrare la realtà. Ma non l’ho mai fatto, da quando era piccola, ho sempre detto tutto. Tutto quello che mi sembrava potesse raccontarle il mondo. Quello bello e quello che si è ammalato.
“Ma perché il mondo è diventato così?” mi dice. Non lo so. Forse si sono ammalati. “Ma non si mettono nei panni di quelle donne?”. No, non ci si mettono. Ti sembra sia diventato brutto il mondo Sofia? “Mi sembra sia diventato bruttissimo”.
Non sono giorni semplici questi, neanche per una bimba di 11 anni. Perché a scuola si parla molto di Isis e a casa mi chiede di cosa parlo al giornale e io non so dirle che la verità. Di campi che diventano campi di concentramento, ha ragione lei, e di “logiche” aberranti che attaccano la vita. In questo caso, di giovani donne arrivate da lontano.
Poi per fortuna doveva studiare la preistoria. La Storia prima dell’invenzione della scrittura le ha detto la professoressa, dove le testimonianze sono oggetti e dipinti. Sfogliamo il libro, guardiamo le immagini nelle grotte di Lascaux e Chauvet. Ci sono cavalli che corrono, bisonti sinuosi, omini stilizzati, la linea nera fatta di carbone che definisce i loro corpi. «Sono stati dipinti dagli uomini nelle grotte come atto propiziatorio per la caccia», c’è scritto nella didascalia del libro di Sofia.
Allora mi fermo e le chiedo: lo cambiamo questo mondo? “Lo dobbiamo cambiare” mi dice. Ma lo vedo che non sa bene come, né cosa voglio dirle. E io invece le voglio dire, ancora, che non è vero, che le ultime scoperte archeologiche parlano di mani femminili, di mani di donna e di mani di bambini che hanno dipinto le pareti di quelle grotte. Di un tempo senza linguaggio verbale in cui le immagini sulle pareti delle grotte abitate da donne e bambini erano memoria di eventi vissuti. Le voglio raccontare di un fare senza una ragione o una finalità specifica, né la caccia né altro, propiziatorio per nulla. Le racconto del calore e della luce del fuoco di cui non ebbero paura, del silenzio, della vita delle donne nelle grotte, del dipingere per nulla. Della nostra mente, evidentemente diversa da quella degli animali. Mi ascolta e mi indica la figura che ritrae il contrario: la vignetta che raffigura uomini preistorici che dipingono mentre le donne cucinano. E penso che bisogna ripartire anche da qui. Dal racconto, fissato nei libri, di un mondo fatto solo di uomini che compiono azioni seguendo logiche materiali o al più spirituali, comunque propiziatorie per qualcosa. Perché quel racconto non solo non è vero ma porta inesorabilmente alla violenza nei campi su quelle giovani donne. Finalmente – anche loro – piegate alla logica dell’“utilità”.
Poi le racconto di Jaha Dukureh, 25 anni e il futuro in mano. Una storia inspiegabile di mutilazioni fisiche ma di identità integra. Per cui tutto diventa possibile e il mondo cambia, lo leggerete su questo numero di Left. Le faccio vedere il suo volto. E lei mi dice “è bellissima”. Sì, è bellissima. “Ha gli occhi grandissimi”.

Questo editoriale presenta il numero 46 di Left in edicola dal 28 novembre

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

   @ilariabonaccors

Commenti

commenti