Ieri il ventinovesimo scrutinio per designare i giudici della Corte Costituzionale ancora una volta si è concluso con una fumata nera. Per ventinove volte il Parlamento italiano, nato per essere il luogo del dibattito e della concertazione democratica, ha dato pessima prova di sé e, nonostante i continui richiami del Presidente della Repubblica Mattarell,a sembra non intravedere soluzioni possibili in tempi brevi.

Eppure questa inciampo cronico sulla Consulta sfiora solo di sguincio il dibattito televisivo e delle prime pagine dei giornali; lo stesso Salvini, polemista di professione (e per perversione), non cavalca l’inefficienza del Parlamento. Perché? Questa votazione è la fotografia dello stato miserabile di un Parlamento che non ha nessuna reale maggioranza politica e tantomeno una propria autonomia: se non si tratta di temi interessanti al marketing renziano l’assemblea dimostra tutti i suoi esausti sfilacciamenti di gruppi e gruppetti pronti a battagliare per uno spicchio di sole e disposti ad ingolfarsi adducendo improbabili questioni di principio. Così ciò che conta è semplicemente uno scambio equo di appartenenze nonostante si stia parlando dei giudici che (dovrebbero) preservare la nostra Costituzione.

Ma se non si riesce ad impostare una discussione sul merito per la nomina di un giudice, come potrebbe questo Paese risultare credibile nella cultura della meritocrazia di un giovane architetto, di una fresca insegnante o di un giovane qualsiasi che si affacci al mondo del lavoro? Sarebbe da prendere per il bavero il ministro Poletti e chiedergli cosa ne pensa di questo assembramento di ragazzotti ben nutriti, suoi colleghi, che risultano in ritardo, lunghi e pure insufficienti.

 

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