«L’orario di lavoro è un metro obsoleto», dice il ministro Poletti. Si scatena il rumore mediatico e il gioco delle parti, e il lettore stanco di frasi ad effetto non sa se pensarci o dimenticare in fretta, visto che resistere al fastidio generato dalle parole usate male, o in malafede, è sempre più difficile. Qui, però, si parla di lavoro, e così c’è da stare più che attenti, perché in gioco c’è la vita della gente. Alla lettera, la frase del ministro non ha senso pratico. Per molti lavori è già così: per chi deve sviluppare un software, un sito web, portare a termine una causa legale, il compenso è “a corpo”, e non a ore; per altri lavori è semplicemente inappropriato: vogliamo pagare un autista di autobus in base al numero di volte che passa da un capolinea ad un altro? Un insegnante in base al numero di compiti in classe assegnati e corretti? Le conseguenze di questi esempi – e se ne possono fare centinaia – sono talmente assurde che al più possono farci sorridere. Tecnicamente poi, si dovrebbe parlare di incentivi perversi, altro che di innovazione. Allora, di cosa sta parlando il ministro? è la produttività bellezza! La crescita necessaria, la lotta ai pigri. Già, perché parlare di bastone e carota è facile, è un’idea così vecchia che la capiscono tutti.
Non importa se ormai da anni si sa che la produttività va cercata su altre basi, e che è un tema complesso e che va trattato sul serio, che le frasi ad effetto non fanno altro che distogliere il pensiero da un tema che invece ha bisogno di attenzione vera, di informazione e di una prospettiva di medio e lungo periodo. La produttività chiede istruzione e formazione, motivazione individuale e di gruppo, senso di appartenenza a un’impresa e a una comunità. Le persone sono tanto più produttive quanto più il lavoro si integra con la loro vita e la loro possibilità di esprimersi in esso. Da tempo si sa che gli incentivi monetari sono spesso inutili o addirittura dannosi perché in molti contesti «spiazzano» – è un termine tecnico – le motivazioni, le cancellano. Si sa da sempre che l’innovazione e la creatività sono spesso frutto del tempo speso in modo apparentemente inutile, e che sono invece in antitesi con la pressione e la fretta. Che anche per lavori più ripetitivi si può ottenere più dedizione, e dunque più efficienza e produttività, se non si dimentica di sottolinearne e riconoscerne il valore sociale. Nella sostanza, non a slogan. Dove il lavoro è meno gratificante in sé, potranno esserlo almeno i rapporti interpersonali sul luogo di lavoro; ma perché questo possa avvenire è certamente cruciale che si evitino incentivi sbagliati, che mettono le persone le une contro le altre, e non in condizioni di collaborare.
Per parlare di produttività si deve cambiare cultura: economica, civica, politica e, alla base, antropologica. Non è impossibile, il terreno è pronto sia sul piano degli studi che su quello dell’esperienza di tante realtà produttive. Chiediamo al ministro o a chi per lui che si legga un po’ della letteratura che ha permesso di inserire nelle misure di successo di un’economia alternative al solo calcolo del Pil, che si calcolano da anni per i Paesi Ocse, il bilanciamento fra tempo di lavoro e tempo libero. E chiediamogli anche se pensa che sia per perdere produttività, che la sede della Toyota a Göteborg o l’azienda Filimundus (che sviluppa app per Iphone) a Stoccolma, ultime solo in ordine di tempo della notizia, hanno ridotto l’orario di lavoro da otto a sei ore. Forse sarebbe più facile per lui capire che per stare al passo con i tempi si deve proprio parlare un’altra lingua.

Questo editoriale presenta il numero 47 di Left in edicola dal 5 dicembre

 

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