Sono immagini di donne, bambine, sguardi diretti che feriscono. Oppure sognanti e velati di malinconia. Sono gesti quotidiani, nei campi d’estate, per i vicoli ombrosi in città, «catturati nella crudezza del bianco e nero, in una Sicilia fuori dal tempo».

È una Sicilia poetica, dura e selvaggia quella che Letizia Battaglia racconta con le sue fotografie in elegante e scontroso bianco e nero.

Sono foto di una bellezza che non lascia scampo quelle che s’incontrano nella mostra Qualcosa di mio in corso al Museo Civico di Castelbuono. Curata da Alberto Stabile e Laura Barreca, l’esposizione è stata presentata lo scorso agosto presso l’Ex Stabilimento Florio delle Tonnare di Favignana e Formica, e ora approda, fino al 6 marzo 2015, nelle suggestive ex scuderie del Castello di Ventimiglia, in provincia di Palermo, dove si  trova il Museo di Castelbuono, che co-produce questo evento.

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© Letizia Battaglia

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Nella spiaggia dell’Arenella la festa è finita, Palermo, 1986, © Letizia Battaglia

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© Letizia Battaglia

Marta a Castelbuono

Marta, Castelbuono, 2011, © Letizia Battaglia

Il lavoro di Letizia Battaglia, fotoreporter di cronaca per L’Ora di Palermo fin dal 1969, fondatrice nel 1974 dell’agenzia Informazione Fotografica, è noto a livello internazionale soprattutto per le sue coraggiose foto di denuncia della violenza quotidiana portata dalla mafia, per le immagini realizzate dalla metà degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta. Qui invece protagoniste sono le donne, che della mafia e della sua mentalità patriarcale e arcaica sono le prime vittime. «Donne inchiodate ad un ruolo primordiale, come le “spose bambine”, di cui parlava in quegli anni Mario Farinella in una sua memorabile inchiesta sui quartieri poveri. Donne tuttofare. Donne cui è negato il sorriso, il gioco, la felicità», come scrive nelle note che accompagnano questa mostra il curatore Alberto Stabile.

Accanto a immagini di donna con il sangue in tumulto, vitali, piene di speranza, in questa mostra di Letizia Battaglia si trovano molti ritratti di bambini. «L’infanzia, quello stato di purezza fragilissimo, e per questo temporaneo – prosegue Stabile – nella carriera di Battaglia funziona come contraltare, o redenzione, al tanto, troppo dolore impresso negli scatti che l’hanno accompagnata negli anni di piombo a Palermo. Quella Palermo che lei stessa sente malata, e con cui ha intessuto un lunghissimo rapporto di rabbia e di dolcissima disperazione».

La ricerca della verità, che sia una verità di cronaca o una verità poetica, è il cuore della ricerca di Letizia Battaglia; una ricerca che l’ha portata con coraggio a fotografare le vittime di omicidi di mafia, ma qui non c’è il sangue, non ci sono i cadaveri, c’è la vita pulsante di donne e bambini protagonisti di una lotta quotidiana per vivere nonostante il pericolo, nonostante la cappa oppressiva; donne e bambini che in silenzio rifiutano la logica della violenza, sentendo tutto il dolore delle ferite che, prima ancora di essere fisiche,  rischiano di essere interiori.  Al termine dell’esposizione un’opera di Letizia Battaglia entrerà a far parte stabilmente della collezione della mostra.

Foto d’apertura: Le ortensie, Trapani, 1992, © Letizia Battaglia

  @simonamaggiorel

 

 

 

 

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