Nella cattolicissima Irlanda dove lo scorso maggio si è votato a favore dei matrimoni omosessuali, facendo un enorme balzo in avanti in tema di diritti civili, è ancora aperta un’altra questione che stride con i valori di libertà e progresso. Perché, ad oggi, in Irlanda abortire è illegale, salvo che in caso di rischio per la vita della madre o problemi di salute fisica o mentale. Le eccezioni alla totale illegalità, stabilita nel 1983 con un referendum costituzionale dove veniva vietata l’interruzione di gravidanza, sono state introdotte solo 2 anni fa, il 12 luglio 2013 con il “Protection of Life During Pregnancy Bill”, una legge che, pur essendo di portata storica, di fatto sancisce un iter talmente tortuoso da costringere le donne irlandesi che possono permetterselo a emigrare nella vicina Gran Bretagna per abortire. Permane inoltre il divieto di aborto nei casi di stupro, malformazione del feto o incesto e, anche nel caso in cui dovessero manifestarsi intenzioni suicide nella madre, la procedura per l’interruzione è a dir poco surreale. La donna infatti viene esaminata da una commissione composta da tre medici, e l’aborto è ammesso solo se tutti e tre daranno un parere favorevole e stabiliranno che il suicidio può essere evitato solo abortendo. In caso contrario la donna potrà presentare ricorso e venire esaminata da una seconda commissione, dovendo dunque sottoporsi a ben sei giudizi. Decisamente troppi, ancora di più nel caso di persone in condizioni di debolezza mentale e sottoposte a un fortissimo stress emotivo, fisico e sociale. Le storie raccolte in questi anni da molte organizzazioni internazionali fra cui il Centre for Reproductive Rights, Doctor for choice o Amnesty International sono a dir poco agghiaccianti. Risale ad esempio all’estate scorsa il caso di una ragazza di 18 anni rimasta incinta a seguito di uno stupro che, dopo aver tentato più volte il suicidio, è stata costretta a partorire con il cesareo alla 25esima settimana di gravidanza.
Le irlandesi che dal 1971 si sono recate in Inghilterra o in Galles per ovviare a tutto questo sono 177.000. Chiunque infatti possa permettersi un “temporaneo esilio” in Inghilterra sceglie quest’opzione per aggirare una legislazione che secondo il Centre for Reproductive Rights è «una violazione assoluta delle norme internazionali sui diritti umani e sul diritto delle donne alla salute e alla dignità». Anche per Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International in Irlanda la situazione è tale che: «I diritti umani delle donne e delle ragazze sono violati su base quotidiana a causa di una Costituzione che le tratta come recipienti». Fra i progetti e le iniziative che vogliono spingere il governo irlandese a cambiare passo sul tema, oltre a una petizione promossa anche in questo caso da Amnesty, esiste anche X-ile, un sito web che raccoglie e documenta le storie delle donne che per esercitare il loro diritto ad abortire sono dovute fuggire in “esilio” all’estero, da qui il nome “x-ile” per il progetto.
«Il nostro obiettivo – spiegano i volontari di x-ile project – è dimostrare che coloro che scelgono di viaggiare per abortire sono persone che fanno una scelta responsabile. A prendere decisioni del genere sono donne comuni, sono i nostri vicini, amici, colleghi, madri, figlie e partner. Project X-ile contribuisce e rafforza una campagna a favore di una libera scelta sul tema dell’aborto e mira ad abbattere lo stigma schiacciante che si genera intorno donne che viaggiano dall’Irlanda verso altri Paesi con l’intento di interrompere una gravidanza».
E proprio attraverso la piattaforma negli ultimi tempi molte ragazze hanno avuto l’opportunità di farsi avanti e condividere le loro storie, hanno messo a confronto le loro esperienze, sono entrate in contatto l’una con l’altra, hanno costruito legami, creato delle reti che creassero un sostegno per chi già c’era passato e per chi aveva scelto di intraprendere la via dell’aborto al’estero. Il 10 dicembre 2015 è stata messa online una prima serie di 11 fotografie che ritrae alcune delle protagoniste di tutto questo e racconta le loro storie. «È il momento di affrontare la questione dell’aborto in Irlanda – ribadiscono gli attivisti di x-ile – e di costruire un futuro più progressista in cui le donne sono ascoltate, rispettate e riconosciute come affidabili. Ci stiamo impegnando moltissimo per la destigmatizzazione dell’aborto in Irlanda. Siamo al fianco di ciascuna di quelle 170.000 donne che hanno lasciato l’Irlanda per usufruire di servizi di aborto. Abrogare l’ottavo emendamento è di vitale importanza per tutte le donne in Irlanda che necessitano di servizi per l’interruzione della gravidanza, in particolare per le donne che non possono viaggiare per vari motivi come la mancanza di mezzi, lo status di migrante o rifugiato, problemi di disabilità o altre circostanze personali».

Qualche numero sull’aborto in Irlanda

177.000 le donne che dal 1971 si sono recate in Inghilterra o in Galles per abortire
3679 le donne che nel 2013 si sono recate all’estero per abortire
1000-1500 il costo medio, in sterline, di un viaggio all’estero per abortire.

4000 la multa prevista, in sterline, per il personale medico che raccomanda un aborto o fornisce tutte le informazioni necessarie circa la procedura da seguire


43 il numero dei Paesi europei che consentono l’aborto quando richiesto o per una serie ampia di ragioni, con l’eccezione di Andorra, Irlanda, Malta, Polonia e San Marino.
24 i giorni in cui, nel dicembre 2014, una donna clinicamente morta è stata tenuta in vita, contro la volontà dei suoi familiari, a causa del battito cardiaco del feto


14 gli anni che rischia chi ha un aborto illegale o chi presta assistenza a un aborto illegale

Le leggi sull’aborto nel mondo

I numeri dell’aborto nel mondo (infografica)

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