Il Jobs Act non ha funzionato come motore dell’occupazione, non nei primi mesi della sua applicazione, almeno. In parole povere e chiare è questo il risultato dell’indagine statistica fatta da tre economisti (Labour Market Reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act, di Marta Fana, dell’Institut des hautes etudes politiques de Paris, Dario Guarascio e Valeria Cirillo della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa) che hanno incrociato i dati sull’occupazione e i contratti di Istat, Eurostat e Inps. Il lavoro, che certo parte da un punto di vista critico nei confronti delle misure approvate dal governo Renzi, è comunque basato sui numeri e ci dice che le nuove tipologie di contratto non hanno determinato una crescita del tempo indeterminato, che la maggior parte dei nuovi contratti è la trasformazione di una tipologia in un’altra – un dato potenzialmente positivo, se quei contratti a tempo indeterminato dureranno oltre la fine degli incentivi – e che il vero effetto positivo il Jobs Act lo ha avuto nel far crescere in maniera esponenziale il numero dei contratti a termine.

L’obiettivo dell’analisi statistica degli economisti è triplice: «studieremo se la riduzione del costo dei contratti a tempo indeterminato determina l’aumento di quel tipo di occupazione e un conseguente calo delle forme atipiche o del lavoro a tempo determinato»
In secondo luogo, studieremo il contributo di altre politiche per l’occupazione come il fondo di garanzia europeo per la gioventù e infine ci occuperemo delle tendenze emergenti del lavoro atipico, la qualità di quei posti di lavoro in termini di potenziale di crescita e di produttività.

«I dati mostrano che tra gennaio e luglio 2015, solo il 20% delle nuove assunzioni è con un contratto stabile. In particolare, le nuove posizioni a tempo indeterminato sono una minoranza (…) la maggior parte di questi sono posizioni passate dal tempo determinato all’indeterminato» continuano gli economisti.

«Osservando i dati sui nuovi contratti e l’orario di lavoro si osserva che i lavori part-time sono il numero più alto. (…) Nel corso del secondo semestre del 2015, l’incidenza del part-time involontario rappresenta il 64,6% del totale lavoro a tempo parziale. Infine, secondo l’INPS, le assunzioni con il ‘contratto a tutele crescenti’ percepiscono un salario mensile più basso dell’1,4% rispetto a chi è stato assunto prima del Jobs Act».

Altro effetto sorprendente è quello per cui, con l’entrata in vigore del Jobs Act e degli incentivi fiscali per le assunzioni diminuisce il numero di contratti a tempo indeterminato: il 63% dei lavoratori assunti nei primi nove mesi dell’anno – 158 su 253 migliaia – ha un contratto temporaneo. Gli economisti segnalano come la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato (prima era fissato un tetto percentuale sul totale degli assunti) abbia quindi avuto più ascolto da parte delle imprese che non gli incentivi sull’indeterminato o la possibilità di licenziare.

Inoltre, sul totale dei nuovi occupati, i contratti stipulati utilizzando l’incentivo della de-contribuzione sul costo del lavoro (che costa 21mila euro di mancate entrate alle casse dello Stato), sono nove su 10.

Il fallimento del Jobs Act è segnalato dall’aumento degli inattivi. I dati Eurostat indicano un passaggio cospicuo di persone dall’inattività alla disoccupazione e numeri più bassi della media europea nella transizione tra disoccupazione e occupazione (tradotto: più gente smette di cercare lavoro che in Europa, meno gente trova lavoro che in Europa).

La legge, come evidenziato anche dagli ultimi dati rilevati dall’Istat Jobs sta riducendo il tasso di disoccupazione dei lavoratori più adulti, mentre «il tasso di occupazione dei giovani, rimane al suo livello più basso – 15,1% alla fine del secondo trimestre del 2015». Gli autori notano infine come tra i nuovi lavori ce ne siano soprattutto nel settore dei servizi a bassa qualifica (una dinamica, del resto, comune a molto Paesi: negli Usa dopo la recessione e fino a pochi mesi fa è successa la stessa cosa). Occorrerà guardare bene i dati degli ultimi due mesi, quando l’avvicinarsi della fine degli incentivi fiscali alle assunzioni potrebbe determinare una crescita dei nuovi contratti a tutele crescenti. Sarebbe però un effetto determinato dal risparmio che sta per scadere. In termini di rilancio dell’occupazione, probabilmente, non servono regole nuove ma una politica economica e industriale. Quella che, anche per causa dei parametri imposti dall’Europa e alla mancanza di risorse, tutti nominano e nessuno che sidea a Palazzo Chigi sa immaginare.

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