Notte di Capodanno, in piazza un presidio di lavoratori infreddoliti e preoccupati, con loro c’è il ministro del Lavoro che, senza esitazioni, afferma: «Sento il dovere di dirvi che, in un caso come questo, il ministro del Lavoro non pretende di collocarsi al di sopra delle parti, ma che sta con tutto il cuore da una sola parte: dalla vostra parte».
No, non è un film di fantascienza. Semmai è un film di storia. Si apre così, infatti, il 1969, l’inizio della parabola dell’articolo 18: Giacomo Brodolini, socialista, già gravemente malato, era appena diventato ministro. Ministro «dei lavoratori», come si definiva lui, e non semplicemente «del lavoro». In pochi mesi Brodolini avvia molteplici riforme: l’abolizione delle “gabbie salariali” (i salari differenziati su base locale, idea rilanciata più volte in anni recenti, dalla Lega Nord), la previdenza, il contrasto del caporalato. Poco prima delle ultime cure palliative, Brodolini fa poi approvare dal Consiglio dei ministri il disegno di legge sullo Statuto dei lavoratori, promulgato dopo la sua morte, nel 1970.
Vediamo un altro film. È un horror, e protagonista è un altro ministro del Lavoro. Un ministro post-comunista. Nella sua prima intervista su la Repubblica il nostro afferma sicuro: «Dobbiamo cominciare a pensare che l’impresa è un bene della collettività e che il primo maggio sarebbe giusto celebrare la Festa del lavoro e dell’impresa». Del lavoro. E dell’impresa. Dice. E i lavoratori sono così spariti. A parlare è Giuliano Poletti che, come Brodolini, sta con tutto il cuore da una sola parte: ma è l’altra. Dopo appena dieci giorni dalla prima intervista, nel marzo 2014, il Consiglio dei ministri liberalizza i contratti a termine e avvia il disegno di legge detto Jobs act. “Jobs” appunto, lavori – perché le parole sono importanti – e non lavoratori. È la condanna dell’articolo 18, il diritto di avere diritti, l’eredità di Brodolini.
In quella prima intervista – già allora rivelatrice dell’impronta del nuovo governo Renzi – il ministro sosteneva la necessità di una «piccola rivoluzione culturale». Cosa intendeva? Scopriamolo con un piccolo bestiario di esternazioni.
La più recente è: «L’ora di lavoro è un attrezzo vecchio». Poletti voleva davvero aprire la strada a nuove forme di retribuzione a cottimo? Lo vedremo, ma certo è che queste è stata l’interpretazione data dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che ha subito lodato le «centinaia di dipendenti che non hanno mai guardato l’orologio» e invitato gli altri a non «restare ancorati a schemi medievali»: forse nella sua azienda chimica resistono tenebrose gilde di alchimisti. Certo è poi che la Legge di stabilità prevede ennesimi incentivi economici per il salario aziendale di produttività, che sotto spoglie efficientiste premia al contrario l’allungamento e la flessibilità degli orari: molte imprese italiane sembrano ormai biciclette arrugginite che pretendono di inseguire i treni dei Paesi avanzati facendo pedalare i dipendenti più veloce e più a lungo.
Ma forse Poletti non alludeva a tutto ciò. La platea a cui si rivolgeva era quella della prestigiosa università privata Luiss Guido Carli, nel quartiere Parioli di Roma: di fronte a giovani “vincenti”, il ministro ha semplicemente offerto un’ennesima declinazione dell’ideologia meritocratica: scomparso ogni orizzonte collettivo, è tempo che i singoli individui valorizzino il proprio “capitale umano”. Norme e contratti devono così assecondare la competizione, spostando quote progressive di salario dalle tabelle nazionali fisse, uguali per tutti, alle voci variabili, spettanti solo ai “meritevoli”. E i meritevoli, oltre ad andare in costose università private, di solito, non si ammalano, non fanno figli, non si iscrivono al sindacato e offrono piena devozione all’impresa: lavorano in una sorta di cottimo volontario forse peggiore di quello imposto.
Il punto allora è: ma poi, assunto pure che alcuni siano più bravi di altri, che dovremo mai fare di quelli meno meritevoli, per limiti personali, gap scolastici, percorsi di vita accidentati? Svuotati i contratti nazionali, un misero salario minimo fissato per legge li renderebbe tutti working poor. E che fine fa una delle pietre angolare della tradizione politica da cui proviene anche il ministro? Recitava: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». I suoi bisogni, si diceva, non il suo contributo al Margine operativo lordo.
Negli stessi giorni, il cantore del merito ha offerto un altro suggerimento, apparentemente di segno opposto: «110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 anni. Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più, si butta via del tempo che vale molto di più di quel mezzo voto». Si apprezzi questa volta la logica classista del ministro. In questo caso si trovava in un salone dell’orientamento professionale, parlava a gente comune, pure un po’ “sfigata”. A loro ha spiegato che quando la mobilità sociale è bloccata – se nasci povero muori povero – l’eccessivo investimento in capitale umano è “sbagliato”, perché costa molte risorse e offre scarse prospettive di rendimento. Mastica amaro il giovane vignettista del Fatto quotidiano Mario Natangelo: «La cosa che più mi fa incazzare è che il ministro ha ragione». Indirizziamo allora l’alta formazione alle richieste delle imprese e riserviamola ai figli dei ricchi, così risolveremo il problema degli occupati sovra-qualificati, i master sperperati nei call-center, i giovani troppo choosy di Elsa Fornero.

 

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