Nella puntata di Report del 13 dicembre, Milena Gabbanelli ha mandato in onda un’inchiesta piuttosto scottante. Il servizio “La trattativa” di Luca Chianca per Report ha cercato di ricostruire il percorso di quella che si sospetta essere una delle più grosse tangenti mai pagate al mondo. Si tratta di circa un miliardo di dollari che l’Eni avrebbe sborsato per l’acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria.

Il caso ovviamente è complesso qui un estratto diffuso dalla stessa trasmissione di Rai Tre dove è possibile farsi un’idea più chiara di quali siano le parti coinvolte e di come la questione sia sostanzialmente intricata:

Il sospetto che sia stata pagata una tangente emerge per puro caso durante un processo civile presso l’Alta Corte di giustizia inglese dove nel 2012 si celebra una disputa tra due società, la Malabu oil, dell’ex ministro del petrolio della Nigeria Dan Etete, e una società delle British Virgin Islands, la Energy Venture Partners, del mediatore nigeriano, Emeka Obi. E’ il mediatore Obi che chiede all’ex ministro Etete il riconoscimento ufficiale del suo ruolo nella compravendita della Opl245. A scoprire tutte le tre organizzazioni, le inglesi Global Witness e Corner House e l’italiana Re:common che denunciano tutto alla Procura di Milano che nel 2013 apre un’inchiesta sull’acquisto dell’Opl245. Tra le carte del processo inglese spunta anche il nome di Luigi Bisignani che, intercettato in quel periodo dalla procura di Napoli per la P4, parla con i massimi vertici dell’Eni dando indicazioni per concludere l’affare. Bisignani, intervistato da Report, ammette di aver avuto un ruolo di “attivatore” dell’affare, e ammette anche di aver avuto contatti con i massimi vertici dell’ Eni, vecchi e nuovi. E’ stata l’Eni, guidata da Paolo Scaroni, che nel 2011 ha comprato per oltre un miliardo di dollari la licenza per il blocco petrolifero nigeriano. Eni da parte sua afferma di aver svolto la trattativa e concluso l’accordo senza i mediatori. Ma Report nel corso della sua inchiesta ha raccolto testimonianze che suscitano interrogativi su questa versione. Inoltre buona parte dei soldi pagati da Eni, ben 800 milioni, non sarebbero andati al governo, ma nelle tasce di società private nigeriane riconducibili al misterioso, Aliyu Abubakar, definito nel suo paese l’uomo ombra. Anche se l’ambasciata nigeriana ha inspiegabilmente negato il visto ai giornalisti, ma Report è riuscito a documentare a Lagos le sedi delle società a cui Eni ha versato gran parte degli 800 milioni. dal sito di Report

Il caso insomma prometteva di essere scottante e di scatenare, come spesso avviene per le inchieste del programma di approfondimento della Gabbanelli, un enorme flusso di commento sui social, e in particolare su twitter che sempre più spesso viene utilizzato per commentare in diretta programmi tv di intrattenimento e talk. In poche parole quella cosa che ormai è definita social tv. Questa volta però è accaduto qualcosa mai accaduto prima d’ora. Perché lo staff di Eni, quando è stata chiamata in causa direttamente dal servizio di Report, non ha reagito restando a guardare la tv o pianificando comunicati stampa e reazioni del giorno dopo, ma ha scelto di sfruttare proprio le modalità della social tv per arginare la crisi e salvare la propria reputazione. È così infatti che l’azienda è scesa direttamente in campo rispondendo in diretta sui social a quello che Report stava via via mandando in onda e pubblicando un dossier e dei dati che secondo l’azienda smentivano quanto veniva mostrato su Rai Tre.

A rispondere punto per punto a Report non è stato solo dall’account ufficiale @Eni ma anche alcuni dei manager dell’azienda che hanno twittato dai propri account personali. Primo fra tutti Marco Bardazzi, vice presidente esecutivo e responsabile della comunicazione esterna di Eni.

Nel giro di pochissimo i social di Eni riescono a catalizzare l’attenzione di Twitter sulle proprie ragioni e soprattutto riescono a farli pressoché indisturbati visto che quasi l’80% delle discussioni che si stanno svolgendo attorno alla trasmissione con l’hastag #Report parlano della risposta live che sta dando l’Ente Nazionale Idrocarburi. E addirittura Bardazzi incalza la trasmissione insinuando di non aver avuto la possibilità di fornire un contraddittorio all’inchiesta presentata dalla trasmissione di Gabanelli. Insomma il quadro che si delinea vorrebbe molto assomigliare a questo: “la povera e piccola” multinazionale Eni non interpellata dagli “squali assetati di scoop” di Rai Tre si difende grazie alla democrazia del web e dei social, dove ognuno può dire la propria. Quello che si mette in scena è un gioco delle parti totalmente ribaltato dove Golia si traveste da Davide e finge di sconfiggere i giornalisti cattivi con una fionda che fionda non è. Ma anzi molto probabilmente è il risultato di una pianificazione accurata e di un dispendio non indifferente di forze.

 

È solo a questo punto, dopo che il frame imposto dall’azienda è ormai dilagante che intervengono la conduttrice Gabanelli, la redazione del programma e il direttore di Rai Tre Andrea Vianello. Qui potete leggere uno storify con le due versioni e tutti i rispettivi Tweet. Ma a poco serve. In tutto questo le reazioni del giorno dopo, o meglio del Tweet dopo – quello di Eni dopo cui si è scatenato tutto-, sono sicuramente molto interessanti e tutte incentrate sulla grande impresa compiuta dalla multinazionale che non si è fatta cogliere in castagna.

Sul web infatti hanno cominciato a circolare in maniera più o meno virale post in cui blogger e influencer dei social media raccontavano l’epica battaglia Eni Vs Report, elogiando la capacità dell’azienda di tutelare la propria reputation online con un’ottima attività social e di aver fatto la storia della “social tv”. Insomma: “Evviva, bravi eroi!”.

La stessa diatriba Eni-Report è stata poi ripresa da varie testate nazionali, sempre raccontando l’epica battaglia a colpi di Tweet e producendo più di un effetto positivo per Eni. Da un lato infatti l’azienda si dimostra un gruppo moderno, capace di comunicare e addirittura “cool”, dall’altro quello che di fatto accade è che la notizia non sta più nello scoop di Report, ma nella risposta social di Eni.

Con tutto il fumo alzato dalle conversazioni Twitter, in pochi infatti oggi parlano di quello che effettivamente è stato rivelato dall’inchiesta della Gabanelli. La discussione ha cambiato arena privilegiata e se una volta la tendenza era quella di dire “è vero, lo hanno detto alla tv” ora si è passati a “è vero, perché era in trending topic, è vero perché hanno risposto con i dati”. È vero perché l’unica versione che sei riuscito a vedere sui social è quella. Sappiamo bene però che non è così. E forse, scemato l’entusiasmo per questa rivoluzionaria azione di marketing e gestione della reputazione aziendale dell’Ente Nazionale Idrocarburi, potremmo constatare che tutto questo, ancora una volta, non dimostra altro che la comunicazione ha pervaso tutto senza però distinguere più fra buoni e cattivi. Per fare un paragone lontano e filosofico, ma calzante: siamo al passaggio dalla centralità del dialogo socratico al sofismo più spinto, dove è importante solo chi riesce a ottenere ragione, a imporre la propria versione dei fatti come verosimile e, visto che siamo nell’era del web, a rendere il proprio messaggio più virale. Questo però è molto lontano dalla verità dei fatti che in fondo è lo scopo del buon giornalismo. E proprio in tempi di contenuti virali, forse dovremmo stare più attenti a cosa facciamo da gran cassa. Oltre che delle efficaci strategie di comunicazione che una multinazionale mette in campo, dovremmo anche preoccuparci di saper valutare l’entità di un’informazione, schieraci dalla parte della notizia, non aiutando i potenti a rovesciare il tavolo passando per i buoni.

   @GioGolightly

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