Il povero Aylan Kurdi – che purtroppo non è il solo bambino vittima della guerra in Siria e del tentativo di cercare rifugio altrove – ha cambiato il dibattito sull’immigrazione. Non è una consolazione, ma la foto del corpo del bambino morto sulla spiaggia di Bodrum ha determinato un cambio di percezione delle cose. Si tratta di una valutazione che chiunque può fare a naso, ma che i ricercatori del Visual Social Media Lab dell’università di Sheffield hanno fatto osservando i dati. Numero di retweet della foto e modalità di diffusione, articoli pubblicati e conseguente cambio di tono nel dibattito politico e nei comportamenti delle persone che cercano informazioni online.

I ricercatori hanno ricostruito come la foto è diventata virale e, poi, come nei giorni successivi il discorso in rete sia cambiato.

La foto viene postata alle 10.23 del 2 settembre da Michelle Dviscevitch senza link e con due hashtag (#refugeeswelcome e #syrianrefugees) alle 10.23 e comincia a essere rilanciata soprattutto in Turchia e in altri Paesi mediorientali. Non granché.

Se una manciata di tweets con poche centinaia di retweet sono stati sufficienti per determinare la viralità della foto, è il tweet di Liz Sly, dell’ufficio di Beirut del Washington Post che genera lo tsunami sul social media: in mezz’ora il tweet viene rilanciato 7421 volte e su una scala geografica planetaria. Fino a quel momento i tweet erano soprattutto mediorientali. Qui verifichiamo la forza degli influencer, il prestigio del media e anche l’importanza del mondo anglosassone sui social media. O almeno quanto il mondo anglosassone sia capace di cambiare il ritmo del discorso in Europa e in Occidente.

Poi arriva il primo articolo di un media globale, quello del Daily Mail, con un titolo che parla della «disperazione di migliaia» e che innesca il diluvio di articoli sui media di tutto il mondo – e anche il dibattito sull’opportunità di pubblicare la foto di Aylan Kurdi.

Cosa ha determinato la diffusione virale della foto? Intanto abbiamo smesso di pensare che quelli che sbarcano, camminano, fuggono a decine di migliaia siano migranti. E abbiamo finalmente scoperto che esistono i rifugiati. Le due foto qui sotto mostrano come nel numero di tweet e di ricerche su Google la parola rifugiato sostituisce quella immigrato – e anche come il numero di ricerche in materia si moltiplichi.

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Interessante da notare anche come non è solo la foto di Aylan a essere ritwittata ma anche tutte le foto celebrative, le opere d’arte, i meme (il 17% del totale) così come le foto del bambino vivo (ancora il 17%). Man mano che emergevano particolari le persone cercavano la storia usando il nome del bambino. Gli hashtags più usati erano quelli con il suo nome o #RefugeesWelcome, segno di un’ondata emotiva che cambiava di segno. Meno invasione e più preoccupazione: la scoperta che stava accadendo qualcosa di epocale. L’Europa, dove il dibattito è più acceso, è anche il luogo dove i social media e le richerche cambiano di tono in maniera più accentuata.

Le ricerche su Google Paese per Paese ci dicono qualcosa su come reagiamo e ragioniamo, facciamo tre esempi.  Se in Germania la prima richiesta è relativa alla provenienza dei rifugiati, la seconda su come aiutare e fare volontariato e la terza sulla distinzione tra rifugiati e migranti, in Italia ci si chiede come adottare un orfano siriano, quanti immigrati ci siano davvero nel Paese (dalle iperboli politiche ai fatti, insomma?) e anche cosa dica il papa. Gli ungheresi, che in questo anno non si sono dimostrati particolarmente commossi dall’ondata di rifugiati arrivati ai confini, cercano su Google «Come dovrebbero rispondere i cristiani alla crisi dei rifugiati?».

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La foto e la reazione online determinano un cambiamento nelle opinioni pubbliche – quella francese è segnalata da indagini demoscopiche – e dei governi: da qui in poi Angela Merkel, almeno per qualche settimana, cambia atteggiamento nei confronti degli immigrati. Lo studio riflette anche sul caso delle elezioni norvegesi, dove un numero di giovani pro-immigrazione avrebbe deciso di andare a votare invece di non farlo.

Quanto durano questi effetti e come le stragi di Parigi hanno contribuito a cambiare di nuovo la percezione del pubblico? Con quanta velocità cambiano le opinioni su temi forti e difficili? Per scoprirlo serviranno indagini come questa su set di dati di lungo periodo e un incrocio con altri numeri. La speranza è  che la foto di Aylan Kurdi non venga dimenticata in fretta. Nessuno dei rifugiati morti in mare lo merita.
(Qui sotto il testo del rapporto in inglese)
@minomazz

 

Visual Social Media Lab – The Iconic Image on Social Media: a rapid research response to the death of Aylan…

 

 

 

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