Domani la Libia potrebbe avere un nuovo governo nazionale. O averne tre, che è un po’ come dire nessuno. Nella città marocchina di Skhirat si dovrebbero incontrare le delegazioni dei due parlamenti libici – quello riconosciuto internazionalmente di Tobruk e quello sostenuto da milizie islamiche a Tripoli – e, a seconda di quanto nutrite saranno quelle rappresentanze, capiremo se la conferenza svoltasi a Roma il 13 dicembre ha prodotto dei risultati. La dichiarazione congiunta firmata alla Farnesina da 21 tra Paesi e entità sovranazionali (Ue, Onu, Stati Uniti, Germania e molti Paesi arabi compresi) sostiene la creazione di un «Governo di concordia nazionale» che comprenda «i rappresentanti della maggioranza dei membri della Camera dei Rappresentanti e del Congresso Nazionale Generale, degli indipendenti, delle Municipalità, dei partiti politici e della società civile riunitisi a Tunisi».

Sempre che a Skirhat si presenti qualcuno. Il primo appuntamento era infatti fissato per oggi, ma le defezioni e i distinguo da parte dei politici libici hanno consigliato di prendere un giorno di tempo per verificare se sia meglio andare avanti o rinviare ancora pur di evitare un flop dopo che a Roma tutti si sono detti ottimisti. La verità è che in Marocco si negozierà ancora e, se i colloqui andranno bene, solo allora si firmerà. Con il piccolo problema che nel frattempo, a Malta si sono incontrati per la prima volta i presidenti dei due Parlamenti e hanno annunciato l’avvio di colloqui. «Si tratta degli esponenti che mai hanno voluto il dialogo e probabimente usano l’appuntamento di Malta per rendere più complicato il processo sotto egida Onu» ci spiega Mattia Toaldo esperto di Libia dello European Council on Foreign Relations.

Le potenze occidentali, i Paesi confinanti e molti Paesi sunniti si preoccupano per il caos che regna in Libia: ai confini dell’Europa si intrecciano la crisi dei rifugiati, l’avanzata dell’ISIS o di altri gruppi islamisti e la presenza di interessi economici legati ai giacimenti di idrocarburi. Persino il Segretario di Stato Usa Kerry, che tutto sommato della Libia potrebbe infischiarsene, è venuto a Roma per dire assieme al ministro Gentiloni, che «Lo status quo non è più tollerabile, è pericoloso per i libici e, con l’avanzata di Daesh, è pericoloso per tutti».

US Secretary of State John Kerry, left, Italian Foreign Minister Paolo Gentiloni, centre, and UN special envoy for Libya Martin Kobler shake hands after their press conference,  following an international conference on Libya at the Ministry of Foreign Affairs in Rome, Sunday, Dec. 13, 2015. Foreign ministers were poised to endorse a U.N.-brokered national unity plan for Libya at a Rome conference aimed at prodding the North Africa country's bickering factions to fulfill their commitment to sign the agreement and abide by its terms. (Mandel Ngan/Pool Photo via AP)

John Kerry, Paolo Gentiloni e l’inviato speciale Onu per la Libia Martin Kobler a Roma. Mandel Ngan/Pool Photo via AP

Come questa pressione internazionale che comprende Paesi occidentali dai grandi interessi nel Paese (Italia e Francia), Stati confinanti e potenze regionali o economiche (Egitto, Turchia, Stati del Golfo) non riesce a creare un appuntamento unitario? Intanto perché in Marocco saranno presenti gruppi di eletti, leader vari e rappresentanti di municipalità, ma non due rappresentanze ufficiali dei parlamenti che si incontrano e firmano per un nuovo governo con sede a Tripoli. Se un accordo si avrà, questo sarà sottoscritto dai singoli. Più autorevoli e numerosi saranno e più l’ipotesi di governo nazionale a Tripoli funzionerà. Con molti se e ma.

Se in Marocco sarà presente la maggioranza degli esponenti dei due governi e parlamenti, allora il processo passato per Roma avrà speranza di andare avanti. Il riferimento nel comunicato alla «società civile riunitasi a Tunisi» è un ulteriore complicazione: nella capitale tunisina si sono infatti visti esponenti politici libici poco propensi a trovare una soluzione a breve che, parlando di un processo di pace che va rilanciato, si sono detti contrari all’accordo Onu e hanno creato un comitato che ricominciava da capo il processo. Come del resto ha dichiarato il presidente del Parlamento di Tripoli, Bouri Abusahmen a Malta: non vogliamo interferenze internazionali. Roma, Tunisi, Malta: una bella confusione.

A quel punto potremmo avere il governo di Tripoli figlio del processo di mediazione dell’Onu, quello di Tripoli che sostiene il percorso libico-libico abbozzato a Tunisi e poi quello di Tabruk. Sempre che a Skirhat succeda qualcosa. E’ pur vero che nelle prossime ore l’Occidente e i vari sponsor internazionali di milizie e partiti cercheranno di fare pressioni.

I nodi da sciogliere non sono finiti. La sicurezza in Libia è gestita dalle milizie, che nel Paese un esercito non c’è più. Se la parte diplomatico-politica funzionasse, ci sarebbe il problema di insediare un governo legittimo in una capitale sotto il controllo militare di alcune fazioni. A occuparsi di questa vicenda e a tentare la mediazione tra milizie per creare un clima accettabile è il neo incaricato per la sicurezza Onu, il generale Paolo Serra, che affianca il nuovo inviato delle Nazioni Unite, il tedesco Martin Kobler – l’inviato uscente Bernardino Leon non è uscito di scena nel migliore dei modi, avendo accettato un lavoro negli Emirati Arabi, uno dei Paesi parte in causa in Libia.

Il compito di Serra è delicato: senza un accordo tra milizie, anche un successo diplomatico a Skirhat rischia di essere inservibile. «In ogni caso è necessario che, sebbene sotto l’egida Onu, il processo chi si avvia in questi giorni abbia una chiara matrice libica – dice ancora Toaldo – La fretta generata dall’allarme terrorismo, pure un po’ esagerato e fatto di notizie talvolta false e altre fuorvianti, non è una buona consigliera. C’è fretta, certo, trovare una soluzione e avviare un processo di ricostruzione delle istituzioni è urgente, ma probabilmente serve pazienza per cercare di coinvolgere più attori possibile. Il rischio è avere un processo che funziona solo nominalmente». Avere firme di individui – per quanto molti – e non accordi tra partiti e coinvolgimento delle milizie è appunto un grande rischio. Tra l’altro i presidenti dei Parlamenti di Tobruk e Tripoli hanno dalla loro quella di poter dire: noi negoziamo senza mediazioni altrui, noi siamo la Libia.

C’è poi il problema delle pressioni e interferenze non dette. Il governo riconosciuto è molto legato all’Egitto, per dirne una. E gli egiziani non sono entusiasti dell’idea di un compromesso tra Tobruk e Tripoli, perché in casa loro di una cosa simile non vogliono nemmeno sentir parlare. E il caso Leon, pure ci dice qualcosa di quanto pesino altri Paesi, se sono vere le mail pubblicate da The Guardian, di determinare i contenuti delle proposte diplomatiche dell’inviato Onu. Il quotidiano britannico ha infatti pubblicato delle email dalle quali si evince che Leon lavorava per gli Emirati anche prima di firmare un contratto. In questo senso l’appuntamento di Roma è stato un successo nel senso che tutti i Paesi che combattono per interposta persona in Libia – o che scommettono su un attore piuttosto che su un altro, non privilegiando il processo di riunificazione del Paese – hanno dichiarato congiuntamente di essere pronti a riconoscere un governo che esca dal processo Onu e di smetterla di interlocuire, almeno ufficialmente, con altri auto-nominatisi rappresentanti del governo libico. Se e quando un governo unico ci sarà.

Una delle foto del lungo convoglio di pickup con a bordo uomini armati e incappucciati e bandiere nere dell'Isis, pubblicate da un sito jihadista, El Minbar, con il titolo "Dimostrazione dell'esercito dello Stato islamico nello stato di Barqa", nome arabo della Cirenaica, la regione orientale della Libia, Il Cairo, 17 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ EL MINBAR ++ NO TV NO SALES EDITORIAL USE ONLY ++

(ANSA/ WEB/ EL MINBAR)

Infine c’è il tema di Daesh e della sua presenza in Libia. Tutti sono molto preoccupati e riconoscono che un vuoto di potere come quello libico è esattamente il luogo in cui il Califfato punta a penetrare. Ha fatto così in Iraq e in Siria. Di ieri è l’allarme francese secondo il quale Daesh sta cercando di muoversi da Sirte verso l’interno per avvicinarsi ad alcuni giacimenti libici. Mettere le mani sul petrolio consentirebbe, tra le altre cose, di finanziare le attività e di dare forma istituzionale al Califfato anche in Libia. Certo è che il diffondersi irrazionale della paura Daesh in Libia non aiuta. In altre occasioni l’Occidente ha agito spinto dall’ansia di agire, bombardando e inviando droni come cavallette. Non ha funzionato quasi mai. Anzi: alcune reazioni nel triangolo sunnita dell’Iraq sono la prima scintilla che genera l’ISIS.

I civili morti nei bombardamenti ne alimentano la propaganda. Meglio lavorare a un accordo per favorire la formazione di forze anti Isis interne alla Libia capaci di controllare il territorio. Meglio fermare le eventuali fonti di approvigionamento di armi e risorse e aspettare che la fiammata Daesh libica si consumi. E impedire attraverso un lavoro diplomatico e di intellignce che soldati e ufficiali esperti che furono di Gheddafi si uniscano ai ranghi di Daesh per opportunismo o perché non sanno dove altro andare. In Iraq è successo con i Baathisti ed è stata una catastrofe. Le notizie che arrivano da Mosul, città iracheno sunnita controllata da Daesh, ci dicono che è sempre più isolata ma non presa di mira oltre misura dagli aerei occidentali, e che sconforto e malcontento crescono tra la popolazione. Meglio utilizzare strade così.

@minomazz

Commenti

commenti