Ospite a Bologna di un incontro organizzato dall’associazione Avviso Pubblico Raffaele Cantone, ex magistrato in prima linea contro la camorra ora presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha dichiarato:

“Per troppo tempo si è fatta passare l’idea che le mafie esistessero solo sotto il Garigliano. Non era così. Però adesso non bisogna arrivare a ritenere che tutta l’Italia sia un sistema mafioso. Che ci fossero infiltrazioni credo fosse scontato, le mafie sono organizzazioni economiche e si recano nei luoghi dove possono fare affari. Da qui però a pensare che ci sono fenomeni di infiltrazione o di presenza massiccia secondo me ce ne passa”

Dice insomma Cantone che se tutto è mafia finisce in retorica e che quindi non bisogna esagerare nel vedere troppe infiltrazioni al nord. Lo dice in quella Emilia Romagna che non ha ancora lasciato posare la polvere dagli ultimi arresti che hanno scoperchiato il potere del sistema criminale. Smentisce, in pratica, Cantone ciò che da tempo dichiarano le direzioni distrettuali antimafia (e esimi studiosi del tema) che già da tempo ritengono insufficiente parlare di “infiltrazioni” preferendo termini ben più robusti come “colonizzazione” e sinonimi.

Un magistrato che decide di impegnarsi in un ruolo politico (cosa di per sé apprezzabile se fatta con il giusto impegno e senso di responsabilità che certo a Cantone non manca) deve imparare il più in fretta possibile che le differenza rispetto alla mansione strettamente giuridica parte soprattutto dalla responsabilità nella scelta e nell’uso delle parole. Se è vero che ad un giudice o un magistrato chiediamo di portare risultati concreti (condanne o assoluzioni) alla classe dirigente (in ruoli così apicali) si chiede soprattutto una misurata propensione alle parole più giuste per misurare la temperatura sociale. E oggi, in un nord che ancora cerca appena può di svicolare da vicende di mafie e malaffare preferendo la più borghese e semplice corruzione, accusare di retorica la perdurante e ostinata analisi di chi strenuamente sottolinea la pervasività mafiosa è un gesto di cui ci si deve prendere tutte le responsabilità

Qualcuno tra Cantone e la Borsini quindi sbaglia, dice il falso ed esagera (o al rialzo o al ribasso). E a farci una pessima figura non è tanto questo o quel magistrato o studioso (il lavoro mirabile della Commissione Antimafia “di saggi” del Comune di Milano guidata da Nando Dalla chiesa dà regolarmente le dimensioni del pericolo, ben diverso dalla scrollata di spalle di Cantone) ma soprattutto la chiave di lettura generale del fenomeno mafioso. Nutrire dubbi sul potere mafioso è il miglior favore che si possa fare a chi negli anni ha sempre sfruttato al massimo la sottostima del pericolo.

Avrebbe potuto, Cantone, forse dire di non incorrere nell’errore di vedere mafia dappertutto oppure chiarire che le mafie seguono i soldi più che puntare le regioni; avrebbe potuto chiedere una conoscenza approfondita del tema senza lasciarsi andare semplicemente ad un’indignazione generale oppure avrebbe (ancora meglio) potuto citare esempi concreti di allarmismo ingiustificato.

Ne è uscito, invece, una di quelle frase bisbigliate di solito dai politici che preferiscono rispondere ad altro o, peggio ancora, deridere sotto traccia che chiede un’allerta sempre presente.

Insomma: ha toppato. Perché non c’è niente di peggio di un magistrato (dalla storia dell’uomo senza macchia) che sembra intorpidito nella dichiarazione perfettamente convergente con la tranquillità di stato. rivestendo un ruolo che richiede piuttosto un buon agitatore. Non smussabile, preferibilmente.

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