Arenato non rende l'idea. Il processo per un solo simbolo della sinistra non è neanche partito. Tra personalismi, distinguo e poche vere distanze politiche. A che punto siamo

Ricordate Nanni Moretti? Perdonerete la citazione un po’ scontata, ma è perfetta. Perché comincia a farsi strada, a sinistra, quella sensazione lì. La stessa insofferenza. «Con questi dirigenti non vinceremo mai», urlava il regista a piazza Navona, sotto lo sguardo raggelato di Massimo D’Alema. Lui ce l’aveva con quelli dell’Ulivo. E «non ce la faremo mai», pensiamo però noi, che già sappiamo che vincere è molto difficile, abituati a lottare con le soglie di sbarramento, ma che speravamo, almeno, nel poter votare contenti, qualcosa di unitario e di sinistra. Se non alle prossime amministrative, alle politiche. E invece non è detto. Anche questo sembra troppo difficile. Con questi dirigenti, sì, ognuno con la sua quota di responsabilità, grande o piccola che sia. Litigiosi, attaccati ai distinguo, incapaci di stare insieme.
C’è chi (Civati e i suoi) per anni ha militato in un partito che andava dalla Cgil a Marchionne, chi aveva Paola Binetti come compagna di direzione, e ora pone come condizione discriminante all’unità la rottura sistematica con quello stesso partito alle amministrative – ovunque e a prescindere dai progetti locali. C’è chi (Ferrero e Rifondazione) lancia appelli unitari ma tira il freno se si parla di fare un partito unitario, perché lui preferisce il «soggetto unitario» – se non cogliete la differenza, tranquilli, non è vostro il problema – e non vuole sciogliere il suo, di partitino.


 

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Sono nato a Roma, il 23 febbraio 1988. Vorrei vivere in Umbria, ma temo dovrò attendere la pensione. Nell'attesa mi sposto in bicicletta e indosso prevalentemente cravatte cucite da me. Per lavoro scrivo, soprattutto di politica (all'inizio inizio per il Riformista e gli Altri, poi per Pubblico, infine per l'Espresso e per Left) e quando capita di cultura. Ho anche fatto un po' di radio e di televisione. Per Castelvecchi ho scritto un libro, con il collega Matteo Marchetti, su Enrico Letta, lo zio Gianni e le larghe intese (anzi, "Le potenti intese", come avevamo azzardato nel titolo): per questo lavoro non siamo mai stati pagati, nonostante il contratto dicesse il contrario.