Sono anni complicati per la politica tradizionale questi. Le elezioni spagnole sono l’ultimo appuntamento che mostra come negli ultimi due-tre anni il panorama politico europeo sia terremotato. In ciascun Paese, in forme nuove o antiche, più o meno clamorose, le forze politiche tradizionalmente fuori dai giochi – o nuove – hanno raccolto grandi consensi.

Che si tratti dei nuovi, come Podemos e Ciudadanos, degli antichi paria della politica nazionale esclusi da un tendenziale bipartitismo, più o meno complesso (Gran Bretagna, Spagna, Francia), ovunque le cose cambiano. E chi pensava che, come spesso accaduto in passato, la scossa fosse solo quella delle elezioni europee del 2014, non aveva colto nel segno. Nel 2015 in Portogallo cresce la sinistra-sinistra, in Danimarca si conferma forte il partito del popolo danese, nel segno de “il welfare è nostro e ce lo teniamo” e in Francia il Front national non perde un colpo se non al secondo turno, quando l’Union sacrée di tutti i cittadini anti-fascisti di Francia gli nega le presidenze delle regioni.

E’ l’Europa della risposta alla crisi con il rigore – e poi la crisi dei rifugiati – che genera questa risposta: tendenzialmente i Paesi colpiti dalle politiche di austerity votano di più a sinistra – con l’eccezione dell’Italia, dove c’è l’odio anti-casta, una sinistra senza progetto e l’ibrido del Movimento 5 Stelle – quelli spaventati dai rifugiati e arrabbiati con fannulloni greci, spagnoli e portoghesi, votano i nuovi populismi nazionalisti, che sono anti-globalizzazione e si distinguono tra quelli che mettono più l’accento sui valori occidentali, come ilremier ungherese Orban e quelli che usano la crisi di un modello equilibrato di società messa a rischio da Europa e immigrazione – nei Paesi scandinavi e persino in Germania, dove sono nati un partito liberale no euro e un movimento di piazza, Pegida, anti Islam.

In alcuni casi, come quello greco, si tratta della crescita e modernizzazione di partiti dalla storia relativamente lunga, spesso di partiti che nascono e crescono dentro alla crisi della socialdemocrazia, la famiglia politica finita peggio nei voti importanti degli ultimi anni: ha perso in Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e in diversi Paesi dell’est e scandinavi, ha perso al governo e all’opposizione, contro premier popolari com Merkel e contro governi che hanno perso più voti di lei (come in Spagna).

Certo, ogni Paese ha la sua storia, le sue caratteristiche specifiche in tema di culture politiche o localismi, in Gran Bretagna l’Ukip ottiene un buon risultato ma è ridimensionato da una legge elettorale che ha quasi cancellato la sua presenza istituzionale, mentre il SNP scozzese, che pure è andato benissimo, è una risposta locale e socialdemoctratica all’abbandono di certe idee da parte laburista.

Certo è che la nascita di coalizioni di destra-destra e di sinistra-sinistra è una novità assoluta per il panorama europeo. Per adesso, come spesso capitato in passato anche in Italia con i governi di centrosinistra, le forze di sinistra hanno mostrato fin troppa timidezza – o senso di responsabilità – mentre la destra ha forzato a suo piacimento le regole europee. Nel primo caso si è trattato soprattutto di bilanci dello Stato e spesa pubblica, con l’esempio greco e del governo Tsipras come apice dell’imposizione di regole europee e di accettazione di queste da parte del governo nazionale, nell’altro di rifugiati e di una serie di passi unilaterali che sono stati sanzionati in minima parte e hanno prodotto risposte – il piano rifugiati europeo – timide e non applicate in quasi nulla. Due crisi diverse e due risposte diverse.

Quanto sono cresciuti i partiti anti-sistema vecchi e nuovi in Europa durante la crisi? Qui sotto, Paese per Paese diversi esempi. Con tutte le distinzioni azionali possibili, il dato incontrovertibile è che quasi ovunque destra e sinistra sono cresciute e molto.

 

 

 

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