Qualche giorno fa un eroico giornalista che vive ad Aleppo, Rami Jarrah, ha fatto una diretta web con un gruppo di sostegno umanitario alla Siria, la Syria campaign, e ha raccontato di una bomba russa caduta in pieno centro. Jarrah per mesi aveva denunciato gli abusi da parte di soldati di Assad e delle milizie (fa il giornalista, racconta quel che vede). Da qualche mese racconta anche la distruzione delle bombe che piovono dal cielo sulla città distrutta dalla guerra. Qui sotto il video di un attacco del 15 dicembre scorso, che, come spesso accade, ha colpito un’area dove non c’era traccia delle falangi dell’ISIS.

Oggi, con un rapporto dettagliato arricchito da testimonianze e foto satellitari è Amnesty International a raccontare come i raid erei russi abbiano già fatto almeno 200 morti civili. O meglio, l’organizzazione per i diritti umani fornisce dati sulla morte di 200 civili, perché di quelli ha le prove.

Gli attacchi aerei russi in Siria hanno ucciso centinaia di civili e ha causato distruzione massiccia in zone residenziali, colpito case, una moschea e un affollato mercato, così come strutture mediche. Si trata di un modello di attacchi che viola il diritto internazionale umanitario.

Così, se la Russia sostiene che «Beni di carattere civile non sono stati danneggiati»: Amnesty produce prove per sostenere il contrario. Il rapporto si concentra su sei attacchi a Homs, Idleb e Aleppo che tra settembre e novembre 2015, hanno colpito una dozzina di combattenti e duecento civili. Il briefing comprende prove che suggeriscono come le autorità russe abbiano anche mentito per coprire i danni civili a una moschea e a un ospedale da campo. I documenti sono anche la conferma dell’uso da parte russa di bombe a grappolo vietate a livello internazionale e di bombe non guidate cadute su aree residenziali densamente popolate.

Qui sotto il racconto delle bombe cadute sul mercato di Ariha e la testimonianza di un medico (uno dei testimoni sentiti per internet e telefono, assieme a foto e operatori umanitari).

La mattina del 29 novembre 2015 il mercato nel centro di Ariha, nel governatorato di Idlib, brulicava di persone quando è stato colpito con tre missili. Quarantanove civili sono stati uccisi e molti altri feriti. Un testimone ha raccontato ad Amnesty International che ha parlato con una donna che piangeva accanto a un linea di cadaveri. Il marito e tre bambini erano stati appena uccisi e le parti del corpo dei suoi figli erano chiuse in sacchi. Secondo un’ulteriore testimonianza e materiale audiovisivo, nonché come sostengono diversi gruppi umanitari, nell’area non erano presenti gruppi o persone armate.

 

Ho assistito l’attacco alla scuola secondaria mista, a pochi metri di distanza dal ospedale. Non c’erano studenti. Due i raid, distanti circa otto minuti l’uno dall’altro. Ho sentito e visto due aerei da guerra ma erano a una quota insolitamente alta in modo non essere identificati. Uno ha lanciato un missile. L’ho visto cadere nel cortile della scuola. Ho visto tre persone leggermente ferite. La gente ha iniziato a raccogliersi. Un altro missile ha colpito l’ingresso della scuola, a 20 metri dall’ospedale. (…) L’esplosione è stata insolitamente forte. Il secondo colpo ha ucciso 11 civili. Ho visto il corpo di un infermiere, Hassan Taj al-Din, quello di una guardia dell’ospedale e altri nove corpi, tra cui un ragazzo di 14 anni. Non c’erano combattenti tra le vittime. Abbiamo trasferito circa 30 persone in altri ospedali da campo. Il muro di chirurgia era crollato e la camera per i raggi X distrutta. Non ci sono veicoli militari o basi nel centro di Sermin, solo nelle zone circostanti. La linea del fronte più vicina si trova a circa 50 chilometri di distanza.

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