La scena l’ho immaginata così. Attori e comparse della nostra “infinita non-sinistra” che le fanno largo. Lasciatela passare, arriva Cecilia.

Cecilia Strada, figlia di Gino Strada e Teresa Sarti, fondatori di Emergency. Lei, Teresa, figlia di una casalinga e di un idraulico, si laurea in Lettere moderne e si dedica all’insegnamento; comincia in una scuola media, nel quartiere della Bicocca a Milano. Lui Gino Strada, chirurgo di guerra. I due si amano così:strada realizzando Emergency e Cecilia. Loro unica figlia. Nata a Milano nel marzo del 1979, Cecilia si è laureata in Sociologia con una tesi sulle donne afgane. È cresciuta dentro gli ospedali del padre nutrendosi delle idee di sua madre. Per quindici anni è stata volontaria di Emergency. Poi ha lavorato nell’ufficio Missioni estere dell’associazione. è stata in Afghanistan, Cambogia, Iraq, Sudan, Sierra Leone e Palestina.

Dal 21 dicembre del 2009 è presidente di Emergency. Pace, solidariètà e rispetto dei diritti umani. Il primo per cui si batte? Garantire a tutti il diritto a essere curati, sancito anche dalla nostra Costituzione (art. 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.»). Si batte da anni contro l’idea di una sanità a pagamento, costruendone al contrario una di alto livello e gratuita. Emergency lo fa dal 1994. E da associazione umanitaria italiana, è passata ad essere prima Organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus) e poi Organizzazione non governativa (Ong). Dal 2006 è partner ufficiale del Dipartimento dell’informazione pubblica delle Nazioni Unite.

A Cecilia Strada, il 30 maggio scorso, Left ha dedicato una copertina dal titolo Elogio della gentilezza e in una Left_Cover_N20_30Mag2015lunga intervista di Giulio Cavalli ci ha spiegato perché la Sinistra si debba riscoprire buona, anzi giusta. Anche nell’uso delle parole. Oggi ha un compagno, Maso Notarianni, giornalista, e da pochi mesi un bimbo.

Diciamo che lei la Sinistra la “fa”. La costruisce tutti i giorni e in quasi tutto il mondo. E poi la Sinistra la è. Perché fa “stare bene” le persone, le rende uguali qualunque sia la parte del mondo in cui si trovino o vogliano andare e perché della “non violenza” ha fatto la sua vita e la sua ricerca. Ricerca incessante di nuovi linguaggi e nuovi strumenti, come molte delle sue dichiarazioni rilasciate negli anni dimostrano: «La coazione a ripetere gli stessi errori oggi rischia di non conoscere ostacoli. Per questo sono convinta che dobbiamo cercare di elaborare nuovi linguaggi e nuovi strumenti, forse la nostra dialettica pacifista non è più sufficiente. Oltre alla motivazione etica per cui bisogna schierarsi contro la guerra dobbiamo spiegare perché la guerra non serve, perché è inutile. Per la prima volta, nelle nostre città, abbiamo conosciuto una tragedia simile a quella che si consuma in un ospedale bombardato, lo dico non per giustificare o cercare di capire, lo dico perché sia evidente l’oscenità della violenza che genera solo violenza».

«La coazione a ripetere gli stessi errori oggi rischia di non conoscere ostacoli. Dobbiamo cercare di elaborare nuovi linguaggi e strumenti, forse la nostra dialettica pacifista non è più sufficiente. Oltre alla motivazione etica per cui bisogna schierarsi contro la guerra dobbiamo spiegare perché la guerra è inutile».

Così dichiarava al quotidiano il Manifesto dopo i fatti di Parigi, e ancora «I profughi scappano e cercano di entrare in Europa proprio a causa del fallimento delle nostre politiche aggressive, non accoglierli oltre che profondamente ingiusto alimenterebbe la propaganda dell’Isis. Bisognerebbe poi interrogarsi anche su questi assassini di poco più di vent’anni nati nelle periferie di Bruxelles o Parigi, e domandarsi come mai non si sentono parte di questa Europa. Ho letto su Liberation un articolo sulla scuola e ho trovato una risposta interessante che non c’entra niente con la guerra e con le bombe: diceva che per sconfiggere il terrorismo forse bisogna pagare di più gli insegnanti». Medicina, diritti, non violenza, scuola, uguaglianza.

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Nel settembre del 2014 scrisse una lettera in occasione del festeggiamento dei 20 anni di Emergency in cui scriveva così:

«Cari amici, Emergency compie vent’anni. Se questi vent’anni fossero una scatola, sarebbe piena di ricordi dei sedici Paesi in cui abbiamo portato aiuto. Dentro ci sarebbe una punta di lancia. Viene dal Ruanda: 1994, il primo intervento di Emergency. Siamo entrati nell’ospedale di Kigali, che era stato abbandonato, abbiamo riaperto il reparto di ostetricia, dove 2.500 donne hanno ricevuto assistenza e fatto nascere i loro bambini, e quello di chirurgia d’urgenza, curando 600 feriti di guerra. La punta di lancia l’abbiamo trovata entrando nell’ospedale abbandonato. Era vicino a un paziente: era stato ucciso nel proprio letto. Questa è la guerra…

Dovrebbe essere una scatola molto grande, per poter contenere le migliaia di disegni che i nostri piccoli pazienti hanno colorato: magari stesi per terra nelle sale giochi degli ospedali, magari in giardino, il giorno delle dimissioni, per farci un regalo prima di tornare a casa. Sarebbe una scatola piena delle pulitissime divise del nostro personale, simbolo di lavoro, formazione, riscatto sociale… Un posto particolare nella scatola lo avrebbero le foto delle nostre colleghe: è un’altra cosa di cui possiamo andare fieri. Riusciamo a dare loro un’istruzione e a farle lavorare insieme agli uomini anche nei contesti più difficili per le donne.

Nella scatola ci sarebbe anche una tempesta di sabbia del deserto sudanese, dove il Centro Salam di cardiochirurgia ripara cuori di adulti e bambini che altrimenti non avrebbero possibilità, ci sarebbe la giungla cambogiana dove abbiamo curato troppi feriti da mina, ci sarebbero le arance che crescono nel nostro poliambulatorio a Palermo, il sole della Sierra Leone che batte sul Centro chirurgico e pediatrico, ci sarebbero i metri di neve che le nostre ostetriche e infermiere attraversano, in mezzo a una montagna dove non ci sono strade, per dare un’opportunità di cura alle donne incinte e ai neonati che vivono lì.

Se questi vent’anni fossero una scatola, sicuramente ci sarebbe dentro una maglietta con il logo rosso: una per tutte le magliette di Emergency …, ma c’è anche un’idea che cammina: l’idea che i diritti umani debbano essere, semplicemente, garantiti a tutti. Che cosa metteremo dentro la scatola, nei prossimi vent’anni? Continueremo a riempirla, insieme, di medicina e diritti. Grazie: per i vent’anni passati, e per i prossimi che costruiremo».

Allora la scena l’ho immaginata così. Che arriva Cecilia, che attori e attorucoli della nostra non-sinistra le fanno largo, anzi si danno un gran da fare perché capiscono che è ora di riempire la grande scatola. Quella rimasta vuota della Sinistra.

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