L’open source è un’utopia e al tempo stesso è già mainstream. Modificando inesorabilmente le relazioni, il diffondersi della conoscenza e l’economia. Lo racconta a Left Massimo Banzi, co-fondatore del progetto Arduino, la piccola scheda elettronica che ha inaugurato l’era dell’hardware libero e open source (i cui dettagli progettuali sono accessibili a tutti) e dal costo contenuto, anche grazie al ricorso al software libero. Così anche i non “smanettoni” possono cimentarsi ovunque con la realizzazione di piccoli dispositivi elettronici.

Banzi, Arduino si può definire un’utopia open source?
L’open source in generale è un’utopia, il sogno di un mondo in cui le persone collaborano e condividono tutto o la gran parte del proprio lavoro anche intellettuale. Il contributo dato dalle comunità open source, da creative commons e da Internet ha permesso di immaginare un mondo dove la conoscenza si trasferisce in maniera più fluida e dove si ribalta il paradigma: invece di dirti che non puoi fare nulla con la mia proprietà intellettuale, ti dico subito cosa mi va di condividere e in che modo. Inoltre l’aspetto virale è molto importante, l’open source di solito prevede che ogni miglioramento sul mio lavoro debba essere condiviso con il mondo alimentando la macchina. L’open source è la vera sharing economy, purtroppo il termine viene utilizzato per modelli di business convenzionali che di nuovo hanno solo l’uso di app per smartphone.

Nel momento dell’ideazione di Arduino avevate la “visione” di ciò che sarebbe diventata la vostra invenzione?
Quando sono partito con Arduino volevo solo semplificare la vita ai miei studenti e renderli più produttivi, più coraggiosi nel prototipare le proprie idee. Quando si è formato il gruppo di lavoro, è emersa una serie di idee un po’ più a lungo termine che sono rimaste a lungo delle utopie (per esempio l’idea che Arduino fosse una specie di esperanto dell’elettronica, impari quello e lo usi su diversi tipi di hardware. La cosa si sta realizzando solo ora con il pesante contributo della comunità). L’idea di renderlo open source in tutto è forse la visione più a lungo termine, l’investimento concettuale nella crescita della comunità orientata al futuro.

Il fatto che tutto sia nato a Ivrea significa che l’humus era fertile grazie all’esperienza di Olivetti?
In realtà è stato creato ad Ivrea per via della scuola di design Idii dove io insegnavo. Di humus non ce n’era rimasto molto. La scuola ha creato un ambiente dove persone di diversa provenienza hanno potuto collaborare per arrivare a perfezionare Arduino. Non dimentichiamoci che i fondatori oltre a me sono due americani (di provenienza NYU e MIT), uno spagnolo e solo l’altro italiano è di Ivrea. La scheda elettronica è solo la manifestazione fisica del progetto ma il vero valore è il combinato di software, documentazione, comunità online, metodo di apprendimento e infine l’hardware. Questo lavoro richiede il contributo di diverse persone e si appoggia su principi che sono diversi da quelli che guidavano l’Olivetti dei tempi d’oro.

Partendo dall’esperienza di Arduino, provi a immaginare la società nel 2050.
Domanda leggerina… Posso immaginare il mondo che vorrei. Credo che sia inevitabile che la tecnologia diventi ancora più pervasiva e oggetti come il televisore e il cellulare spariranno, diventando via via accessori per il nostro corpo o estensioni dei nostri spazi abitativi. Tutto questo supportato da reti di trasmissione dati sempre più ubique e potenti. Quello che oggi chiamiamo “L’internet delle cose” saranno semplicemente “oggetti di tutti i giorni”.
In questo mondo, il mio desiderio è che sempre più persone siano in grado almeno di capire l’impatto che la tecnologia digitale ha sulla propria vita, siano in grado di guardare con occhio critico quello che le aziende ci propongono come oggetti scintillanti del futuro senza dimenticarci di come mantenere il nostro diritto alla privacy. Il mio sogno è che i bambini di oggi, anche grazie a strumenti come Arduino, siano in grado di acquisire sempre più comprensione delle tecnologie digitali, così da diventare creatori e non solo compratori di tecnologie. Fare politica, attivismo, nel futuro richiederà di capire sempre di più la tecnologia digitale e anche di saper progettare con essa. […]

cover left n.1 | 2 gennaio 2015

 

L’articolo continua sul n. 1 di Left in edicola dal 2 gennaio 2016

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

  @dona_Coccoli

Commenti

commenti