Il musicista, si sa, è uno dei lavori più rischiosi al mondo dal punto di vista economico, patrimoniale e finanziario. Lo è per gli artisti, lo è per le etichette: secondo uno studio della Recording Industry Association of America solo il 10 per cento degli artisti contrattualizzati riesce a far profitti, andando così a sanare il 90 per cento delle perdite delle label. Chi è dunque quell’imprenditore così folle da entrare in un business del genere?
Partiamo da questi presupposti per fare un calcolo di cosa e quanto dovrebbe vendere un musicista per arrivare a vivere del proprio talento, e diciamo quindi a un’entrata di 1.200 euro al mese. Cosa e quanto deve vendere per sbarcare il lunario  un artista emergente e indipendente, senza dover dividere i guadagni con un’etichetta, un promoter o un’agenzia di comunicazione, perché ormai è possibile, con i nuovi strumenti digitali, distribuire e vendere autonomamente la propria musica.
Si può vivere di soli dischi? Difficile. Il prezzo medio di un cd si attesta sui 10 euro e se si tratta di vendita in formato digitale scendiamo ai fatidici 9,99. In questo caso, se il musicista riuscisse a vendere gli album ai concerti, senza quindi alcun tipo di mediazione, dovrebbe venderne almeno 120 al mese. Può venderne qualcuno in meno se ai banchetti vendesse anche un po’ di merchandising come magliette, spille, vinili: una buona pratica che purtroppo non tutte le band mettono in campo.
Se invece decide di vendere il disco tramite servizi online, ad esempio appoggiandosi a BandCamp, si deve calcolare un 15 per cento di trattenuta per il plug-in della carta di credito. In questo caso i cd da vendere al mese salgono a 140.


Uno studio condotto dal Berklee College of Music e intitolato Musica Equa: trasparenza e pagamento dei flussi nell’industria musicale, mostra che la media reale è di 0.00653 dollari ad ascolto


Se invece il nostro artista preferisce buttarsi su iTunes – consapevole del fatto che rappresenta il 70 per cento del mercato digitale – di album dovrà venderne 200. Oltre alla percentuale che trattiene lo store digitale (che va dal 25 al 30 per cento), deve infatti prevedere una media del 10 per cento tra royalties trattenute o spese di gestione dei vari aggregatori e distributori, come TuneCore o CdBaby.
Da qualche anno, però, il “nostro” musicista ha un’altra possibilità: lo streaming. L’ascolto di musica tramite siti o app come Spotify è letteralmente esploso. Ma solo chi è così fortunato da non avere un contratto discografico, tagliando quindi gli intermediari, riesce ad avere il guadagno massimo per ogni ascolto. La cifra comunque non è mai granché. Spotify, attraverso la sua pagina dedicata spotifyartists.com, spiega che i detentori del diritto d’autore ricevono tra gli 0,006 e gli 0,0084 dollari per stream. Uno studio condotto dal Berklee College of Music e intitolato Musica Equa: trasparenza e pagamento dei flussi nell’industria musicale, mostra che la media reale è di 0.00653 dollari ad ascolto. Considerando il pareggio euro/dollaro, un musicista deve riuscire a far ascoltare la propria musica ad almeno 183.767 persone per arrivare all’obiettivo dei 1.200 euro al mese.
Su Deezer la cosa è (fortunatamente) differente: la piattaforma francese, che abbiamo contattato direttamente non riuscendo però ad ottenere dati ufficiali, ha un valore più alto rispetto al principale competitor, e le royalties pagate agli artisti hanno una media di 0,015 dollari per stream. In questo caso il nostro dovrebbe quindi assicurarsi “solo” 80.000 ascolti al mese.
Ultimo canale, è Youtube. Siete amanti del video e per ogni brano che fate volete creare una trasposizione iconografica? Vuol dire che siete perfetti per Youtube che vi premia con un piccolo ritorno economico ogni volta che il vostro video ospita della pubblicità. Qui il revenue sharing medio per ogni visualizzazione viene calcolato in 0,00111 euro. Per arrivare a 1.200 euro al mese dovete fare in modo che il vostro brano venga visto almeno un milione e 81.000 volte. E 81. […]

cover left n.1 | 2 gennaio 2015

 

L’articolo continua sul n. 1 di Left in edicola dal 2 gennaio 2016

 

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