Assicurare l’accesso all’istruzione alle fasce meno abbienti della popolazione, nell’ambito di un sistema che distingua tra il pubblico, il privato che riceve fondi statali e quello che non ne riceve. C’è un Paese che ha compiuto un importante passo avanti in questa direzione, e non è l’Italia. In Cile, l’ex leader del movimento studentesco e attuale deputata comunista, Camila Vallejo Dowling, ha condotto in Parlamento una battaglia partita già 5 anni fa nelle piazze del Paese, anche con scontri duri con le forze dell’ordine.

Nel 2011 all’allora leader studentesca fu perfino assegnata una scorta a seguito delle minacce subite, ma la giovane – figlia di due storici esponenti del partito comunista cileno – ha continuato a organizzare sit-in e manifestazioni di protesta, mettendo in crisi la popolarità del governo dell’epoca guidato da Sebastián Piñera.

Le minacce arrivavano proprio da ambienti istituzionali. Via twitter, una funzionaria del dicastero della Cultura aveva rispolverato una frase di Augusto Pinochet indirizzata a Salvador Allende: «se mata la perra y se acaba la leva», si uccide la cagna e ci si libera della figliata. Alla fine del 2011 i lettori del Guardian hanno nominato Camila Persona dell’anno e non è un caso se, poi, quel movimento studentesco è riuscito a sopravvivere all’alternarsi di almeno quattro ministri dell’Istruzione.

Tra le pesanti eredità del regime di Pinochet, in Cile c’è un sistema universitario pubblico che finora si è retto quasi esclusivamente sulle tasse versate dagli studenti: una media di circa mille euro al mese pro capite. Negli ultimi giorni del 2015, la maggioranza di governo che sostiene Michelle Bachelet ha condotto in porto una riforma che va incontro alle esigenze di 178mila studenti provenienti dalle fasce più povere della popolazione, con il programma di estendere l’esenzione dal pagamento delle rette all’intera popolazione universitaria entro quattro anni.

Buona parte della riforma si deve all’impegno della deputata 27enne, dal 2014 in Parlamento, eletta nelle liste di Gioventù Comunista a sostegno della coalizione Nueva Mayorìa guidata dall’ex avversaria Bachelet. Vallejo aveva garantito di non avere alcuna intenzione di sostenerla, ma ha dovuto fare marcia indietro quando il suo partito ha deciso di appoggiare la candidata socialista. «Una decisione non facile», ha commentato lei. Dopo un anno da vice, a marzo 2015 la compañera Camila è diventata presidente della commissione Educazione della Camera, e ora respinge l’accusa di nazionalizzazione mossa dalla destra che attacca la “sua” riforma progressiva.

L’intervento di Camila Vallejo sulla riforma dell’istruzione alla Camera cilena

L’ex leader della Fech, la Federazione degli studenti universitari cileni (è stata eletta nel novembre 2010, a 22 anni), spiega che la gratuità dell’accesso alle università pubbliche è soltanto un tassello della riforma. Lei stessa, il 23 dicembre, celebrava la “conquista” con l’hashtag #Gratuidad2016, ma poi ha tenuto a sottolineare che più in generale la riforma è volta a stabilire quale debba essere «l’istruzione che vogliamo», vale a dire «la missione e la visione» che il Cile vuole affidare alle sue giovani generazioni, anche sul fronte della ricerca e della formazione di cittadini attivi.

 

 

Negli ultimi mesi, l’indice di popolarità della deputata del distretto di La Florida, quello in cui è cresciuta, è stato altalenante. Vallejo sa bene che il lavoro parlamentare ha meno risalto delle mobilitazioni di piazza (all’epoca della Fech aveva organizzato, ad esempio, una staffetta di 1.800 ore attorno al palazzo del governo cileno), e se gli analisti la accusano di rispondere più alla disciplina di partito che alla “base sociale” di cui è espressione lei non sembra farci molto caso. Come quando i media evidenziavano la relazione tra il bell’aspetto e la sua visibilità e replicava: «Non ho scelto io il mio aspetto, ma ho scelto le mie battaglie».

@RaffaeleLupoli

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