Berlusconi ci aveva provato, ma i suoi sogni di un premierato forte si erano infranti sul referendum costituzionale del 2006. Gli italiani infatti avevano bocciato la riforma varata dal centrodestra che tra le altre cose (devolution, fine del bicameralismo perfetto, riduzione dei parlamentari) prevedeva proprio il premierato, l’aumento dei poteri del presidente del Consiglio. Ma in realtà nei dieci anni successivi più o meno sotterraneamente – ma poi nemmeno tanto – qualcosa di simile a quanto auspicava Berlusconi è avvenuto. E almeno per quanto riguarda la funzione legislativa questa è diventata una proprietà dell’esecutivo – e quindi del premier – svuotando così il Parlamento della facolta, naturale, di legiferare. Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Quattro premier per quattro governi. E tutti, con pochissime differenze, sono artefici di uno “stravolgimento” del dettato costituzionale.

E’ il cosiddetto premierato all’italiana. Così, provocatoriamente Openpolis, l’associazione indipendente che studia e analizza l’operato della politica italiana, ha chiamato l’ultimo Osservatorio sulle leggi nella XVII legislatura. Analizzando i dati ufficiali di Camera e Senato, con una serie di grafici, Openpolis ha ripercorso il tragitto dei disegni di legge, la durata della discussione, il successo o invece il fallimento.

Un mutamento storico

Alla fine il risultato è questo: nelle due ultime legislature l’80 per cento delle leggi approvate sono state proposte dal governo e non dai singoli parlamentari. In sintesi sono 565 le leggi sfornate, di cui 440 presentate dai governi. Se confrontiamo i quattro esecutivi, quello che ha il tasso più attivo è il governo Letta (88,89%), quello meno produttivo è targato Monti (68,14%) mentre gli esecutivi Berlusconi e Renzi si equivalgono (80,29% e 80,43%).

Quindi, anche se la Costituzione prevede che la funzione legislativa è esercitata “collettivamente dalle due Camere” (art.70) e che, come stabiliscono gli articoli 76 e 77, l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non per tempi limitati e per oggetti definiti e che i decreti legge sono previsti per casi di urgenza, in realtà, davvero siamo di fronte ad un mutamento storico. “Se formalmente l’Italia è una repubblica parlamentare questi numeri evidenziano come qualcosa stia cambiando”, si legge nell’introduzione del minidossier di Openpolis. Che evidenzia come in questa legislatura si sia assistito al continuo valzer di cambi di gruppo (a novembre erano 317 i “trasformisti”) e che alla fine l’opposizione reale è stata fatta da Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 stelle.

Leggi lumaca e leggi lepri

Il divario tra le leggi proposte dall’esecutivo e quelle di iniziativa parlamentare si nota anche nei tempi di approvazione. Occorrono in media 151 giorni per un disegno di legge governativo contro i 375 se si tratta di una proposta parlamentare. Openpolis distingue le leggi lumaca e leggi lepri.

Tra le prime 10 lumaca soltanto due sono proposte dal governo: una è, guarda caso, l’Italicum, per il quale sono stati impiegati 779 giorni, una prova, questa della “indigeribilità” della legge elettorale che tanti maldipancia ha provocato anche alla minoranza Dem. L’altra legge governativa lumaca – e davvero qui si cambia pianeta – è la riforma del codice della nautica da diporto. Ma sono stati necessari oltre due anni per approvare altre leggi di iniziativa parlamentare come quella dell’anticorruzione (796 giorni), degli ecoreati (790), del divorzio breve (733).

La top ten delle leggi lepri naturalmente non ha storia: sono tutte opera dell’esecutivo e sono decreti legge, visto che devono essere convertiti entro 60 giorni. Tra questi troviamo il decreto risarcimento detenuti (37 giorni) e il decreto svuota carceri (38 giorni), approvati anche per evitare la procedura d’infrazione avviata dall’Unione europea contro l’Italia per la condizione disumana delle nostre carceri.

Poche le leggi nate in aula

Dal 2013 sono state 30 le proposte dei singoli parlamentari che su 5135 testi sono arrivati all’approdo finale. Di questi il 73,33% li ha presentati il Partito democratico. Ma se andiamo poi a verificare il tipo di legge approvata, scopriamo che dal 2008 a oggi su 565 leggi approvate, ben il 36,8% (205) sono ratifiche di trattati e il 26,55% (150) sono conversioni in legge di decreti. Quindi di leggi nate in aula ce ne sono veramente poche. Di queste quelle ordinarie sono il 20,71%, le altre sono o deleghe al Governo (8,14%) oppure riguardano il bilancio (5,31%) o collegate alla manovra finanziaria (2,30%) e infine ci sono quelle costituzionali (0,71%).

 Sorprese nel voto finale

Openpolis scandaglia anche il voto finale che porta all’approvazione della legge. E si scopre così che, prendendo il Pd come punto di riferimento, su 435 voti finali in 104 occasioni (23,01%) tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd. Si scopre anche che alla Camera Sel ha votato il 52% delle volte in linea con il Pd e al Senato invece solo Lega Nord e Movimento 5 stelle hanno votato più del 50% delle volte diversamente dal Pd. Comunque sono i terremoti interni ai partiti (soprattutto di centrodestra, come la scissione tra Forza Italia e Nuovo centrodestra) dal 2013 a oggi a determinare cambi di voto finale. I voti pan-partisam, inoltre, che hanno interessato tutti i partiti, si trovano solo nella ratifica di trattati internazionali. Infine il ricorso alla fiducia: il record spetta a Monti (45,13%) poi viene Renzi (34,6%) mentre il più parco è stato Berlusconi con solo il 16,42%. Il governo dei tecnici del professor Monti ha spinto molto sull’acceleratore, soprattutto sulla riforma del lavoro, fiscale, il decreto sviluppo ecc. Ma anche Renzi non scherza. E infatti Jobs act, riforma Pa, Italicum, Stabilità e decreto competitività sono stati approvati solo a colpi di fiducia.

Ecco il premierato all’italiana come suggerisce Openpolis: le leggi non nascono da una discussione parlamentare o comunque dalla funzione degli eletti di rappresentare i bisogni dei cittadini e della società che cambia, ma nascono dall’alto. E dall’alto viene deciso il voto. Senza scelta.

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