Un’altra tegola per Roma. Questa volta non si tratta delle buche sulle strade o dei traffici di Mafia capitale. No, stavolta sono gli asili nido e le scuole materne nel mirino. Come a dire, le fondamenta del buon vivere di una società. Qualche giorno fa, annunciato da un articolo su La Stampa, è stato reso noto che nel Documento unico di programmazione 2016-2018  il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca prevede un piano ad hoc per le scuole materne e i nidi della Capitale. Ovvero la vendita delle prime allo Stato e la cessione ai privati degli asili nido. Per questi ultimi, sarebbe già prevista una lista di 17 strutture che potrebbero passare alla gestione in concessione. «Cooperative, Srl, società partecipate, enti religiosi», dice Cinzia Conti dell’Usb, il sindacato di base che è quello più forte tra le educatrici dell’infanzia a Roma e che per la prossima settimana ha in cantiere una grande assemblea cittadina. Perché se la notizia preoccupa i genitori magari in lista d’attesa da tempo per un posto all’inarrivabile asilo comunale, l’allarme tra le educatrici si tocca con mano. Duemila persone con contratti a termine che arrivano a cinquemila se consideriamo anche le scuole materne. «Perché non possiamo lavorare nelle strutture private? Eppure abbiamo tutte le carte in regola e una competenza riconosciuta, invece così i nidi vengono affidati a terzi», dice la sindacalista Usb.

La situazione delle docenti precarie rischia di esplodere di nuovo, dopo quello che era accaduto a metà estate. Dopo molti giorni di mobilitazione era stata trovata una soluzione all’impasse in cui erano precipitati i servizi comunali dell’infanzia: 220 asili nido e 315 scuole materne che non potevano in pratica partire a settembre senza le docenti precarie. Che non potevano essere riassunte, dopo la sentenza della Corte di giustizia europea che vietava di reiterare i contratti al personale scolastico con più di 36 mesi di attività. Allora la soluzione fu una circolare del ministro Madia ad hoc per le insegnanti delle scuole comunali. Lo ricorda su facebook Marco Rossi Doria allora assessore all’Istruzione che fa notare quanto sia complesso governare il sistema dell’istruzione e dell’educazione dell’infanzia. «Una cosa da fare nell’operare è sempre lavorare con i funzionari ordinari che possono fornire dettagliate informazioni sullo stato dell’arte. Una seconda è ascoltare i diretti interessati, in questo caso i responsabili dei servizi dell’infanzia nei diversi municipi e nell’amministrazione capitolina, le famiglie, le lavoratrici», scrive Rossi Doria che rimanda alla delibera che «segnalava cosa e come fare in materia assai delicata in termini di diritti dell’infanzia e complessità della materia».

Complessità della materia, appunto. Perché gli asili nido soprattutto, vista l’età dei piccoli, non possono essere “parcheggi” o luoghi solo dove cambiare il pannolino o allattare con il biberon. Lo spiega bene Cinzia Conti che sottolinea anche che la delibera dell’assessore Rossi Doria necessita di norme a livello nazionale e che quindi il piano di stabilizzazione è ancora più necessario. Stabilizzazione dei precari e qualità del servizio, perché appunto un nido è un luogo particolare. «Lo Stato deve investire di più nei nidi. Dove sono i cinquemila asili nidi promessi? Manca una riforma del servizio educativo 0-3 anni. L’asilo nido è il luogo del primo distacco dalla famiglia, la prima esperienza educativa per un bambino. A me sono capitati neonati di tre mesi e mezzo con quattro poppate materne che facevano insieme a me. A tre mesi e mezzo, la situazione è delicata. Per noi educatrici occorrono meno carichi di lavoro e più tempo, con neonati che le mamme sempre più precarizzate sono costrette a lasciare qui, magari sobillate dai datori di lavoro. Lo Stato deve assumersi questa responsabilità, non basta più l’ente locale», dice Cinzia Conti. La sindacalista Usb vede di buon occhio l’inserimento dell’asilo nido nel sistema educativo, contenuto nel disegno di legge 1260 con prima firmataria la senatrice Puglisi (Pd). «Oggi è un servizio a domanda individuale, come il canile, il loculo al cimitero. È importante l’idea di riqualificare tutto il settore, anche con percorsi di laurea ad hoc che possano garantire la qualità educativa. Non si tratta di cambiare solo il pannolino, occorre un progetto educativo. Ma per far questo occorre che lo Stato cofinanzi il sistema fin dai nidi e che ci siano le risorse umane. Quindi stabilizzazione dei precari».

Con la privatizzazione si rischia di andare da un’altra parte. Anche se ci sono educatrici laureate e con grande professionalità nei nidi privati, continua Conti, la situazione si presta a un maggiore sfruttamento. «Invece si deve puntare a una maggiore valorizzazione del personale e quindi anche del servizio».

   @dona_Coccoli

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