Quando furono ritrovati, per caso, da un sub il 16 agosto 1972, a largo di Riace, in Calabria, la notizia della scoperta dei due Bronzi passò quasi in sordina sui media locali. Lo ricostruisce il volume Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace, scritto dall’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis con altri e appena uscito per Donzelli. Ma quando furono esposti a Firenze nel 1980 suscitarono subito grande interesse. Tanto che la mostra fu prolungata e poi riproposta a Roma, su invito del presidente Sandro Pertini. Ma all’epoca molti archeologi sottovalutarono il fenomeno, quasi derubricandolo a fatto di costume.

Professor Settis, quella calda risposta di pubblico nel 1980 conteneva invece un’intuizione sull’importanza dei Bronzi di Riace?
A mio avviso è il fatto più nuovo che emerge da questo libro. Ho provato a dirlo. E lo hanno scritto anche gli altri autori senza che ci fossimo messi d’accordo. In quella occasione, di fatto, la professione di archeologo fallì il suo bersaglio. Chi gestì la scoperta non ne intuì l’importanza. Li vollero trattare al pari di altri reperti senza comprenderne la straordinaria singolarità. Ma i Bronzi di Riace, come il libro racconta e documenta, hanno acquistato fama mondiale ed è in continua crescita. Fu un movimento popolare a chiedere il prolungamento di quella mostra senza pretese che a Firenze doveva durare solo tre settimane. E stata la folla a riconoscere – pur non avendo competenze professionali – l’assoluta unicità di questi pezzi. Credo che da tutto questo si debba ricavare una lezione: la cosiddetta cultura popolare, spesso trattata dall’alto in basso dagli intellettuali, contiene in sé germi di consapevolezza che andrebbero letti e sviluppati quando si fanno delle mostre, che non di rado in Italia risultano superficiali; non offrono molto perché sono fatte solo per attrarre persone che però escono senza sapere qualcosa di più.
La vicenda dei Bronzi di Riace può essere una cartina di tornasole dei beni culturali in Italia?
La commissione nominata dal ministro Dario Franceschini, che si è espressa perché i Bronzi non si muovessero da Reggio per andare all’Expo, mi pare sia stata un buon segno. Ora il segnale successivo che aspettiamo è l’apertura del museo di Reggio Calabria nella sua interezza perché possa essere un vero museo della Magna Grecia. È stata una grande delusione che sia rimasto chiuso per tanti anni, nonostante avesse avuto finanziamenti speciali per il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. Addirittura i lavori erano stati affidati alla Protezione civile – cosa molto singolare – proprio con l’idea che così i lavori si sarebbero conclusi in tempo per quella ricorrenza. Sono passati ancora degli anni e il museo di Reggio è ancora chiuso, eccetto quelle due stanze.

cover left n.2 | 9 gennaio 2015

 

Continua sul n. 2 di Left in edicola dal 9 gennaio 2016

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

Commenti

commenti