Hanno litigato sull’immigrazione – o meglio su chi sarebbe più duro con gli immigrati – sul luogo di nascita di Ted Cruz, senatore texano nato in Canada, cosa che secondo Donald Trump e alcuni giuristi rende impossibile la sua nomina a presidente, sulle tasse. E si sono attaccati con una certa durezza, anche quelli che fino a ieri tendevano a evitare di farlo. E poi hanno attaccato Obama e Clinton, specie sull’ipotesi di limitare la circolazione delle armi.
L’ultimo dibattito Tv (il cinquecentesimo?) prima del primo voto nelle primarie vedeva solo sette persone sul palco e tre persone da tenere d’occhio: Donald Trump, Marco Rubio e Ted Cruz. I tre sono andati tutti piuttosto bene e confermano l’idea di un partito repubblicano Usa che corre piuttosto a destra.

  Qualche scambio duro, qualche battuta azzeccata e alcune tra le solite cose. Prendiamo qualche battuta per capire il tono. Quando Trump spiega che sarebbe imbarazzante per l’America nominare Cruz (che essendo nato in Canada potrebbe non essere, secondo alcune interpretazioni della costituzione e della definizione di “naturalizzato”), il senatore del Texas risponde: «Mesi fa Donald ne aveva parlato, dicendo che i suoi avvocati avevano studiato la cosa e che non presentava problemi. Da settembre a oggi non è cambiata la costituzione, ma io sono salito nei sondaggi». Risposta: «Mettiamo che io scelga Ted come mio vice, se poi i democratici ci facessero causa?». Replica di Cruz: «Facciamo così, ti nomino io e così se è vero quel che dici, io decado e tu finisci con il diventare presidente». Cruz a sua volta accusa Trump di incarnare i valori di New York (liberale, europea, poco conservatrice, ossessionata dai soldi) e Trump replica indignato sulla reazione eroica dei newyorchesi dopo l’11 settembre «con la puzza di morte…tutti amavano New York e i newyorchesi». Applausi in sala. Jeb Bush prova ancora una volta a conquistare il cuore dei moderati attaccando Trump – un’ossessione, il suo account Twitter non fa altro – «Davvero vuoi chiudere il Paese ai musulmani? Tutti? Non è così che creiamo una coalizione per fermare l’ISIS. I curdi sono nostri alleati e sono musulmani». Funzionerà? Ad oggi la moderazione non ha funzionato, ma chissà che non ci siano masse di repubblicani decisi ad andare a votare per un candidato meno estremo.

Cosa cercano gli americani su Google durante il dibattito? Quanti follower si guadagnano su Twitter?


 

Marco Rubio, senatore della Florida conservatore quanto basta che resta la speranza dei piani alti del partito per fermare la deriva estremista, ha attaccato Clinton su Benghazi: «Chi mente alle famiglie delle vittime non può essere responsabile della sicurezza nazionale» e si è scontrato con Christie (che a sua volta lo attacca pensando che indebolendo lui, il nuovo moderato ma abbastanza conservatore da piacere alla base non può che essere lui).

A sua volta Rubio si è dovuto difendere per aver cambiato posizione sull’immigrazione. Prima voleva una riforma, oggi promette di chiudere le frontiere. «La questione sicurezza è cambiata», prova a dire. Debole: la sua debolezza sta proprio nell’aver cambiato posizione su alcune cose perché dopo aver provato a emergere come figura centrista-conservatrice si è reso conto che la base che avrebbe votato alle primarie è in cerca di un candidato sanguigno.

Cosa ci dice questo dibattito di nuovo? Niente. O meglio, che ci sono due campagne in corso, quella nazionale, dove tre candidati dominano e quella locale dove gli stessi tre sono avanti, con Trump molto primo in New Hampshire, mentre in Iowa è appaiato a Cruz. Poi c’è la campagna locale, fatta di spot Tv che contengono attacchi molto più violenti di quelli che i candidati si sono fati sul palco e dal lavoro sul territorio, che implica porta-a-porta, telefonate, ricerca di appoggi locali importanti, insistenza su temi locali. Per Bush, Christie, Kasich e altri la sfida rimane quella: organizzare la campagna locale al meglio, ottenere buoni risultati nei primi Stati e, quindi, riemergere come candidato nazionale.

Gli attacchi in Tv

Due esempi di spot anti Rubio, che ha cambiato posizione su alcuni temi da quando è candidato. I suoi avversari lo accusano di flip-floppin’ (cambiare posizione, appunto) e di essere uno che sceglie sulla base dela convenienza

Per altri, Trump in testa, la sfida è quella di essere così popolare d portare gente a votarlo a prescindere dalla proprie capacità operative sul territorio. Per Cruz siamo alla via di mezzo: è lui che sta emergendo come campione dei conservatori più duri, è forte come performer a livello nazionale, ma ha anche avuto la capacità di organizzare attorno a sè il voto evangelico. Ai vertici del partito, ai miliardari che donano soldi resta da capire cosa fare nelle prossime settimane se Cruz o Trump, come appare sempre più probabile – emergeranno come i frontrunner. Chi è il più papabile per la sfide contro Clinton e chi cercare di fermare? Da mesi alcuni nel partito repubblicano ci si rompono la testa. E non trovano una soluzione.

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