Tania ha un appartamento in centro a Palermo e si inventa albergatrice. Giulio, un’auto e si offre come conducente. Rodolfo, invece, lavora in una delle fabbriche della Meccatronica, dalle parti di Reggio Emilia: mette da parte qualifica, rigidità dell’orario, permessi e ferie come la famiglia vorrebbe, per produrre quel che serve quando serve, e tenersi il lavoro in una delle imprese che stanno ancora nel mercato. Giulia, poco più a Nord, ha rinunciato alla sua formazione non pagata in un grosso studio legale: ora fai i conti del mutuo a chi lo paga e se scopre che la banca ha imposto tassi cravattari promuove la causa per strozzinaggio contro l’istituto di credito, in cambio del 20% di quel che il truffato riavrà. Walter tutti i week end cura con le sue mani, mani sottili aduse a scrivere o ad accompagnare col gesto elegante un pensiero espresso con la voce, cura frutti antichi, perfeziona gli innesti, dosa fertilizzanti, forse porta la terra alla bocca – come facevano i contadini negli anni 50 – per capire cosa seminare.
Manfredi consegna le pizze, col suo motorino e spera che non gli capiti un incidente perché l’assicurazione non paga se usi il due ruote per guadagnare. Natasha fa l’infermiera del turno di notte e l’insegnante di russo due giorni la settimana. Ma il nostro preferito – e Pronostico gli ha dedicato la copertina – è Giulio, un talento da cantastorie e l’hobby dell’antiquariato: gira di casa in casa a far l’idraulico e l’aggiustatutto, gratis incanta signore e bambini.

Il lavoro sta cambiando, qui a casa nostra, anzi è già cambiato. Sotto l’impulso di cause molteplici. La divisione internazionale del lavoro che ha delocalizzato la classe operaia di un tempo in altri continenti. L’automazione e la quarta rivoluzione industriale che un rapporto commissariato dal World Economic Forum prevede che farà perdere 7 milioni di posti di lavoro. Poi il boom dell’informatica che mette a disposizione dati complessi, delle comunicazioni digitali che consentono di lavorare allo stesso tempo al medesimo pezzo ai due estremi del globo. Il rinculo dello stato e del welfare, che fanno la reverenza ai mercati e al denaro. Left, liberté, egalité,fraternité e trasformazione non può certo ignorare un tale cambiamento, o fare spallucce e rifugiarsi nel rimpianto del bel tempo che fu. Gli stessi sindacati, per storia intrisi di una cultura vetero-lavorista, non fanno orecchie da mercante e Landini, in queste pagine, sembra pronto a condurre la Fiom su sentieri sconosciuti. Ma c’è un ma. Anzi ce ne sono due.
Il primo è che l’elogio all’innovazione non si può cantare a pezzi. Dire viva il lavoro che cambia e poi raccontare la favola che sta arrivando, forse che è già arrivata, una ripresa impetuosa simile a quelle che accompagnavano nel dopo guerra i cicli positivi dell’economia. Eh no, quella ripresa non verrà. Non vedremo cantieri in ogni dove e milioni di persone correre a laurearsi ingegneri, medici e avvocati. Né le famiglie comprare a rate tutto quel che l’industria propone. Al contrario, se non sapremo scegliere cosa produrre per quale piccola fetta del mercato mondiale, se non sapremo riconvertire città e campagne, la ripresa si spegnerà subito come un fuoco fatuo.
Il secondo lo illustra plasticamente il rapporto Oxfam. Ha misurato che 62 – appena 62 – miliardari hanno per le mani, in borsa o nei caveaux dove rinchiudono le opere d’arte, l’equivalente della ricchezza posseduta dalla metà meno fortunata della popolazione mondiale. Un rapporto che forse valeva nell’Egitto dei faraoni, modo di produzione destinato alla stagnazione e a un lento declino. Già ora queste disuguaglianze hanno rotto il giocattolo dell’american dream, spaventato il ceto medio che teme l’abisso della caduta, depresso i consumi e la dinamica dei prezzi – per quanto faccia un miliardario non sa consumare come centomila piccolo borghesi – e hanno ispirato e alimentato una svalutazione del lavoro salariato che si porta dietro a catena la svalutazione dei nuovi lavori, Non solo, ridotti i margini di guadagno, la disuguaglianza crea in basso illegalità, elusione ed evasione delle tasse, servizi meno efficienti e più costosi che producono nuova insicurezza. Come avrebbe detto un vecchio studioso. I rapporti sociali di produzione – oggi segnati da queste abissali disuguaglianze – deprimono lo sviluppo delle forze produttive. Che avesse ragione?

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