José Saramago, penna nobile portoghese con tanto di nobel in bacheca, nel suo romanzo “Cecità” immaginava un mondo al buio, sparso tra l’incapacità di vedere dei propri cittadini, spenti negli occhi quanto nell’etica, nell’animo e nella speranza. È un romanzo che richiede uno stomaco forte e poca immaginazione per essere pensato come metafora di un tempo in cui la cecità è la bile animale e pelosa di una specie dedita all’autopreservazione, convinta che il mancato progresso degli altri sia la migliore manutenzione dei propri diritti acquisiti.

La battaglia becera e misera contro i diritti civili (degli altri) spera di essere banalmente scambiata per la cecità di un pezzo di Paese impreparato alle novità e tradizionalista per vigliaccheria che chiede a gran voce il diritto di essere arretrato come se fosse una debolezza perdonabile. E invece no. Questi non difendono nessuna famiglia. Questi odiano i gay fingendo di difendere un modello di natura (spesso incapaci loro stessi di mantenere) e rientrano perfettamente nella definizione del saggista Elvio Facchinelli che già nel 1973 (pensa te) scriveva sulla rivista “L’erba”: «Ma che cosa c’è alla radice del rifiuto dell’omosessualità maschile (giacché quella femminile propone un discorso, per ora, e per ragioni connesse alla condizione storica della donna molto diverso e meno significativo)? C’è sostanzialmente, da parte del maschio eterosessuale, la paura di perdere, nel contatto con l’omosessuale, la propria virilità, intesa qui molto profondamente come identità personale. Di fronte all’omosessuale, è come se ciascuno sentisse messa in discussione la sua posizione stessa di maschio e ciò che lo differenzia come individuo; come se quella posizione si rivelasse improvvisamente precaria, o incerta, più di quanto succede di solito. Di qui le reazioni di rifiuto e disprezzo; di qui anche i vari e ben noti comportamenti di ipervirilità aggressiva…».

Non sono ciechi i bigotti armati che flettono in preparazione del Family Day. A loro piacerebbe (e ci sperano) di passare come gli ultimi giapponesi in difesa di una dottrina smentita dalla natura ancora prima dalla storia; se riescono a passarsi come “fuori dal tempo” gli verrà concessa la grazia che si concede ai lenti. Ma non sono lenti, no: sono egoisti. E non sono egoisti di valori, no, perché la maggior parte di loro è incapace di realizzarli, praticarli e li cita semplicemente per abitudine al sentito dire, per allenamento al luogo comune mentre il loro segno distintivo sta tutto nel terrore di essere inadeguati: sperano in un mondo fermo perché sicuri di sbagliarsi a muoversi.

Qui non si tratta, in questi giorni convulsi di miserie declamate, di perdonare una generazione incapace di stare al passo del nostro tempo: questi sono ferocia in abito talare, infimi travestiti da giganti, ignoranti fieri, proiettori ognuno di un proprio dio prêt-à-porter, collezionisti di scalpi, disadattati morali e borghesi incapaci. Qui è la parte peggiore di un Paese che ha elevato l’egoismo a pratica divina in nome della tradizione. Per questo ora la questione dei diritti civili assume un significato che tracima gli omosessuali: ci si gioca l’occasione di scrollarsi di dosso questa crosta di benpensanti che hanno le chiavi della tratta dei nuovi schiavi. Semplicemente più deboli, nemmeno negri.

Non è cecità: è egoismo. Semplicemente.

Buon martedì.

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