Ostracizzato come se fosse un paria per quasi quarant’anni, ora, in soli dieci giorni, l’Iran è tornato a fare affari con Oriente e Occidente. Sabato scorso, la Repubblica islamica ha accolto il presidente cinese Xi Jinping, accompagnato – in pompa magna e con molta pubblicità – da una delegazione di tre vice primi ministri, sei ministri e un aereo pieno zeppo di dirigenti. Iran e Cina hanno così annunciato di voler resuscitare l’antica Via della Seta, quella lungo cui un tempo fioriva il commercio in tutta l’Asia. Al posto delle carovane di mercanti ci saranno quindi, nel progetto dei due governi, treni ad alta velocità. Rouhani e Xi Jinping hanno inoltre concordato un aumento degli scambi commerciali nei prossimi dieci anni che ammonta a circa 600 miliardi di dollari. Secondo il premier cinese, al suo primo viaggio ufficiale in Medio Oriente quest’incontro segna «un nuovo capitolo» nelle relazioni internazionali fra i due Stati, che, di fatto vantano due fra le più importanti economie in via di sviluppo. Non stupisce quindi che, in nome del commercio, il leader della più grande nazione atea al mondo abbia scelto non solo di incontrare il leader iraniano, ma anche la suprema guida spirituale del paese teocratico, l’Ayatollah Khamenei. Per Rouhani è stata poi la volta dell’Europa dove ha incontrato gli omologhi francesi, italiani e, ovviamente, papa Francesco, perché anche il Vaticano ha le sue relazioni da mantenere.

 

Al suo arrivo a Roma, in un Paese in cui fino a poche settimane fa era i rapporti commerciali con la teocrazia iraniana erano ridotti al minimo, Rouhani è stato accolto al Quirinale dalla guardia d’onore e ha destato non poche polemiche la decisione del premier Matteo Renzi di coprire le nudità delle statue greco-romane dei Musei capitolini. Ma a chi sosteneva che coprire le statue era uno scempio alla libertà e all’arte, è stato, questa volta non troppo velatamente, risposto con uno dei principi base del mercato e della real politik: “business is business”. E infatti le commesse in ballo per l’Italia ammontano a circa 17 miliardi e i rapporti con l’Iran si rivelano ancor più cruciali se si pensa allo stallo economico in cui ci troviamo e si dà un’occhiata alle statistiche confrontando l’entità degli scambi degli ultimi anni con quella del periodo precedenti alle sanzioni.

 

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Nonostante quindi i continui abusi di Teheran in fatti di diritti umani, i test missilistici, e legami con gruppi estremisti, accaparrarsi l’amicizia dell’Iran ha per i governi europei sembra avere le fattezze di un vero e proprio premio. Un premio per il quale l’Italia si colloca, dopo la Germania, al secondo posto sul podio.
E anche in Francia non intendono rimanere con le mani in mano visto che il governo iraniano ha già fatto trapelare l’ intenzione di acquistare più di un centinaio di aerei da passeggeri per rimodernare la flotta nazionale i cui veicoli sono fra i più vecchi al mondo visto che vennero acquistati prima della rivoluzione di Khomeini che scoppiò fra il 1978 e il ’79. Valore stimato dell’operazione 10 miliardi di dollari e sul piatto un accordo per fornire a Teheran altri 400 aerei civili nel corso dei prossimi anni.
Non è un caso quindi che un ambasciatore occidentale a Teheran abbia definito l’Iran come «l’ultima miniera d’oro esistente sulla terra»: 80 milioni di persone, infrastrutture fatiscenti da rinnovare al più presto e una disponibilità di attrarre investimenti (anche se la liquidità a causa delle sanzioni scarseggia) garantita dalle risorse petrolifere. In poche parole l’Iran è la più grande economia a tornare sul mercato dalla caduta dell’Urss.
E così ora che, come ha dichiarato lo stesso Rouhani ora che il Paese «è libero dalle catene delle sanzioni» e desideroso di costruire e crescere, in Occidente e soprattutto in Europa gli stessi stati che prima sanzionavano Teheran ora si sfregano le mani all’idea degli affari miliardari che possono concludere.
Inoltre il fatto che la Repubblica Islamica rientri nel dialogo internazionale, oltre che nel mercato mondiale, ha ovviamente conseguenze anche politiche e prospetta un riassestamento degli equilibri di potere e di profitto nell’area del Medio Oriente. In particolare nei rapporti che intercorrono fra la teocrazia sciita e le monarchie sunnite del Golfo (che insieme in termini di popolazione non coprono l’estensione iraniana).
Numeri alla mano quindi ecco spiegata la “sudditanza”, o forse “democristiana reverenza”, del governo di Matteo Renzi di fronte all’arrivo di Rouhani.
Il prezzo di tutto questo? La solita coerenza e alcuni valori che certamente non sono condivisi dalla teocrazia iraniana, ma questa è la real politik bellezza e nessuno si azzarda a lasciare quel mercato per ragioni etiche. Il resto al massimo è “solo” una polemicuccia da social network. Per ora almeno, fino a che gli investitori (quelli che dovrebbero fornire a Teheran la liquidità per raggiungere la crescita dell’8% prefissata per quest’anno e diventare una delle prime 20 economie al mondo) non si troveranno a dover fare i conti con il fatto che il Paese è ancora governato dai “rivoluzionari” del ’79 con tutte le conseguenze, i rischi e le instabilità che questo comporta.

   @GioGolightly

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