«Un mio commento su David Bowie e Pierre Boulez? Caschi male, non mi hanno mai attirato granché. Un’altra domanda?». Ride, Stefano Bollani. Lui è così: schietto e diretto. Come i suoi innamoramenti per alcuni musicisti che ha raccontato insieme con Alberto Riva nel libro Il monello, il guru, l’alchimista (Mondadori).Tra i suoi miti c’è anche George Gershwin, e proprio la Rapsodia in blu l’attende il 29 gennaio a Firenze con l’Orchestra musicale del Maggio diretta da Zubin Mehta. Una prima volta con la prestigiosa orchestra della sua città.

Cominciamo da Gershwin: che cosa rappresenta per te? Libertà, profondità?

Libertà, la sposo subito! Forse è un’impressione che provavo anche da bambino, ma di sicuro è quello che provo oggi. Significa sentire una musica che non ha bisogno di essere definita. Musica e contenuto non catalogabili: finalmente. Per chi fa il musicista la cosa più importante è proprio cercar di sfuggire alle catalogazioni che ti vengono date e che poi influenzano quello che fai successivamente. Gershwin è un ottimo esempio di libertà estrema nel comporre, come del resto Piazzolla e tanti altri. Non parliamo di Frank Zappa e dei Beatles… In pratica tutti quelli di cui parlo nel libro hanno tentato di essere liberi e ci sono pure riusciti.

Tu scrivi di musicisti che vogliono salvare il proprio mondo rinchiudendosi in una fortezza come Ravel e di altri, invece, che il mondo attorno lo vivono. Gershwin era tra questi ultimi?

Eh sì, lui c’era. Era lì, nel mondo, e ha fatto la colonna sonora di quegli anni, così come Scott Fitzgerald con Il Grande Gatsby ne ha scritto il libro. Anzi, mi viene il dubbio che non sia stato Gershwin a fare la fotografia di un’epoca ma che sia quell’epoca che si sia conformata alla Rapsodia in Blu!

Le categorie ti danno l’allergia, questo si è capito. Ma la distinzione tra cultura alta e bassa c’è ancora oggi…

Guarda, io penso che la distinzione tra cultura alta e cultura bassa serva per distrarci. Ed è un’operazione che viene dall’alto. Perché se parliamo del basso, dei cosiddetti strati popolari della popolazione, alla gente un film o una musica piace o non piace. Invece in alto ci si pone un sacco di problemi: decidere che “questo non è interessante, questo non è bello, questo ha un sacco di difetti” ecc. Ma tutti questi distinguo non ci fanno godere di un film o di un brano musicale per poi decidere, nel caso, se ci piace o no. È una grandissima opportunità che sprechiamo.

Mi viene in mente la cosiddetta scuola di Darmstadt che negli anni 50-60 sosteneva una musica basata su architetture molto razionali e astratte che quasi respingeva il pubblico. E magari chi si lasciava andare di più verso la melodia veniva accusato di essere un “borghese”.

Era un periodaccio, quello che racconti. Io penso semplicemente che la musica debba essere un campo libero in cui anche il pubblico può prenderla come crede. Ma se si usano – come fanno ancora molti compositori contemporanei – miliardi di parole per spiegare un brano di cinque minuti, allora significa che c’è un problema. La musica è prima di tutto linguaggio che dovrebbe portare contenuti molto più alti di quelli che porta la parola che può essere sempre travisata, mentre la musica no, parla direttamente alla pancia delle persone.

Esiste una musica che provoca più emozioni di un’altra?

Ognuno si emoziona come crede, è il bello della varietà ma è difficile parlare di musica bella o brutta, che sono categorie non definibili scientificamente. Mentre invece scientificamente è rintracciabile nella musica un tipo di suono che ci “fa bene”: è una questione tutta fisiologica. Per fare un esempio, c’è una questione aperta tra i musicisti sull’accordatura degli strumenti. Oggi per convenzione viene fatta sul La a 442 hertz ma molti vorrebbero tornare a 432, con una frequenza, cioè, più vicina alle sequenze numeriche che si ritrovano in natura. Io sono d’accordo, perché la frequenza che si alza in realtà non fa bene al nostro organismo e infatti a casa io ho un piano accordato a 432 hertz.

Nel tuo libro c’è un personaggio, la fantomatica musicista Belinda che è una convinta sostenitrice della frequenze a 432 hertz. Che mi dici?

Sì, però prima dimmi tu di Belinda…

Beh, Belinda sei tu!

Ah, sì sì. Cioè, non sono io, è un personaggio inventato. Per l’appunto mi hai beccato perché lei la pensa allo stesso modo…Ti spiego: stavo cercando un musicista che avesse trattato questi argomenti, non lo trovavo e allora l’ho inventato (ride)!

C’è stato qualcuno che ci ha creduto?

A dir la verità tutti pensano che la compositrice Belinda sia vera, finché non leggono la nota finale. Ma tu l’hai capito subito?

Nel libro riporti una intervista a Belinda piuttosto strana e poi risuonava qualcosa delle invenzioni di cui tu e David Riondino eravate maestri nel programma Dottor Djembé su Radio3.

Ecco sì, Belinda è una piccola “macchia” del dottor Djembé!

Una domanda, diciamo, di attualità: che ne pensi di Quentin Tarantino che ha paragonato Ennio Morricone a Mozart?

(ride) Innanzitutto lui sta in America e l’ha detto alla festa del Golden Globe. Forse (ride ancora) era un po’ su di giri, quindi, di conseguenza, confonde un po’… visto poi che iniziano tutti e due per la M, Morricone, Mozart… Non so, bastava dire che Morricone è un grande della musica, che va benissimo.

Il tuo programma alla Rai Sostiene Bollani? Come è andata a finire?

È andata proprio a finire. Nel senso che la prima edizione del programma me l’avevano proposta loro e c’era un grande entusiasmo. La terza, che avevo proposto io, non si fa. Perché? Non lo so. Il programma doveva iniziare a gennaio ma non c’è. È un mistero anche tentar di capire il motivo. Politico, personale? La Rai è come il Vaticano, non ti dicono niente.

   @dona_Coccoli

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