L’Europa ieri ha bacchettato la Grecia perché non sa tenere chiuse le proprie frontiere: se entro tre mesi non mostrerà di sapere tappare il mare, rischia di essere messa fuori da Schengen come chiedono i governi di diversi Paesi dell’est – Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia –  che in questi mesi si sono distinti per umanità e capacità di accoglienza. Stanotte nel mare Egeo una barca ha lasciato in mare 24 corpi. Diciotto erano bambini. Dieci i sopravvissuti. Qual’è il problema vero?

La notizia del giorno è che anche la Svezia, che prima della crisi, in silenzio, aveva accolto più rifugiati di chiunque altro, espellerà decine di migliaia di persone. Forse 80mila. Come la Germania, che per qualche settimana, di fronte all’ondata emotiva provocata dalla foto del cadavere del piccolo Aylan Kurdi su una spiaggia, aveva annunciato che i refugees erano welcome. Poi c’è stata Colonia. O meglio: ci sono state le pressioni furiose all’interno del partito della signora Merkel affinché il governo cambiasse politica. E c’è stata Colonia, che come scusa per cambiare atteggiamento non era male.

Ora il governo di Stoccolma, in calo di consensi, ci dice coloro la cui domanda di asilo verrà respinta saranno rimandati a casa: in Svezia sono entrate 163mila persone, le domande accettate sono state negli anni passati il 55%, quindi circa 80mila persone potrebbero vedersi respinta la domanda. Oppure spediti nel primo Paese in cui hanno messo piede entrando in Europa. È la regola di Dublino: si chiede asilo e si rimane nel Paese dove si entra. Per questo, per anni, l’Italia ha fatto passare le persone dirette altrove senza prendere le loro generalità. Per questo, oggi, lo fa la Grecia: i confini esterni di mare ce li hanno questi due Paesi, non si entra in Danimarca o in Svezia dal mare. E nemmeno da terra. E pensare di rispedire 80mila persone in Grecia (o in Eritrea, Etiopia, Sudan) è una follia. Oltre a essere difficile da fare se non con i treni piombati. Non è colpa della Svezia se a Bruxelles non si trovano accordi razionali e forti, se il piano di redistribuzione di 160mila persone non funziona per mancanza di volontà politica. E non è colpa del governo svedese se anche in quel Paese un partito xenofobo aumenta i consensi e usa un incidente – l’accoltellamento di una ragazza che lavorava in un centro di accoglienza da parte di un quindicenne – per far montare la paura. E allora ognuno per sè.

L’Europa vive una crisi di identità epocale, così come quella dei rifugiati è una crisi epocale. Sarebbe bello essere capaci di affrontarla come tale, ma non va così. I rifugiati non sono più welcome e i bambini affogati non ci scuotono più la coscienza. Qualche giorno fa Jeremy Corbyn, il leader laburista, è andato in visita nella cosiddetta giungla di Calais, il campo profughi improvvisato fuori dalla città francese. Il premier Cameron lo ha accusato di riunirsi con un branco di immigrati invece di pensare ai cittadini britannici. Ecco, il tema enorme di come affrontare la crisi dei rifugiati ci ricorda che la differenza tra destra e sinistra è viva e vegeta.

@minomazz

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