La statua di cera di un poliziotto è il primo incontro che facciamo appena varcata la soglia della mostra Istanbul, passione, gioia, furore che porta al MAXXI, fino al 30 aprile le opere, le esperienze e le voci di artisti e architetti provenienti dalla capitale turca. Molti di loro hanno partecipato alla rivolta di piazza Taksim, in opposizione al progetto di costruzione di un centro commerciale in stile neo ottomano nel Gezi Park. Era il 2013 e, come ricorda la curatrice Ceren Erdem nell’intervento A rose garden? nel catalogo edito da Quodlibet, fu un movimento spontaneo in cui «gli abitanti si ritrovarono uniti da una comune idea di diritto alla cittadinanza». La protesta metteva insieme persone di differente provenienza. «Le donne erano in prima linea» e poi c’erano ambientalisti, intellettuali laici, musulmani anti capitalisti «che hanno dimostrato la differenza fra essere religiosi e usare la religione a fini politici». «I nazionalisti avrebbero potuto non schierarsi – nota Erdem – invece hanno messo le tende accanto a quelle dei Curdi».

MAXXI_Istanbul_HalilAltindere_CarpetlandCosì pezzi di società, che di solito sono su opposte sponde, si ritrovavano fianco a fianco in questa battaglia. Forse anche per questo il governo Erdogan ingaggiò una repressione sproporzionata, sanguinosa, incurante del pacifismo della piazza. Della non violenza del movimento ci parla in mostra il grande arcobaleno che attraversa Two rainbows di Sarkis, l’artista più noto internazionalmente fra quelli selezionati dal direttore del MAXXI Hou Hanru, con Ceren Erdem, Elena Motisi e Donatella Saroli per questa occasione. I colori del neon evocano la memoria della scala colorata di Istanbul oggi scomparsa. La distruzione causata dalle forze dell’ordine invece è testimoniata da immagini forti, scioccanti, nella prima sezione dell’esposizione romana, con opere che assemblano crude fotografie di macerie. Più in là alcune poetiche installazioni di architetti turchi ricreano piccole oasi, basi mobili, tende che lasciano intravedere all’interno libri, appunti, progetti, riviste. Ci parlano di una nuova idea di città condivisa, di informazione, di una visione metropolitana capace di far dialogare identità diverse al di là delle forti tensioni che attraversano Istanbul, città «infinita», magica per le sue cupole, ville sul Bosforo e stradine intricate, città ponte fra Oriente e Occidente che nell’ultimo ventennio è cresciuta a dismisura toccando quota venti milioni di abitanti.

Con tutto ciò che questo significa in termini di urbanizzazione selvaggia. Intanto il governo Erdogan incoraggia la cosiddetta gentrification: ovvero l’abbattimento di vecchi quartieri per far spazio all’edilizia residenziale. Della resistenza degli abitanti dei quartieri più poveri ci parlano in mostra molte opere di videoarte e un fortissimo video, Wonderland (2013), del rapper Halil Altindere che mette in musica la rabbia e le speranze di un gruppo di ragazzi del quartiere Sulukule, che negli ultimi secoli ha ospitato comunità Rom. La tensione in città è cresciuta ancora in queste ultime settimane rivela la curatrice Cerem Erdem e particolarmente dopo l’attentato kamikaze di Sultanahmet, del 12 gennaio scorso, che ha causato la morte di dieci turisti, mentre altre 15 persone sono rimaste ferite. Il disagio è tornato palpabile oggi nel popolo di Gezi Park di cui la gran parte degli artisti di Istanbul,passione, gioia e furore sono parte attiva. La preoccupazione è cresciuta anche a causa delle retate fra intellettuali e docenti universitari estromessi dall’insegnamento solo per il fatto di aver firmato un appello internazionale per la pace nel Sudest della Turchia messo a ferro e fuoco dalla polizia nell’ambito di azioni anti terrorismo. Operazioni militari che hanno fatto definitavamente cadere la maschera europeista e moderna di Erdogan mostrandone il volto autoritario e conservatore. […]

 

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   @simonamaggiorel

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